• La gentilezza.
    Una parola che sembra fragile, quasi debole, e invece — lasciatemelo dire — è una bomba pacifista.
    Per me è una qualità rivoluzionaria, un modo di stare al mondo che spiazza, disarma, commuove.
    Viviamo in un’epoca in cui si celebra l’aggressività come se fosse l’unica strada possibile verso il successo. Chi urla, chi sgomita, chi schiaccia, chi corre più forte degli altri viene considerato il “vincente”. Eppure io continuo a credere nel contrario. Rivaluto la gentilezza. La sostengo. La difendo. La pratico, per quanto posso.
    Perché la gentilezza non è ingenuità. Non è mollezza.
    È potenza.
    È coraggio.
    È scelta.
    E come il sorriso, ha una forza spiazzante: apre porte, scioglie tensioni, crea ponti dove prima c’erano muri.
    La trovo ovunque, anche nei gesti più piccoli: nel cameriere che ti ascolta davvero, nel vicino che ti dà una mano senza chiedere nulla in cambio, nella persona che incrocia il tuo sguardo e ti fa capire, senza parole, che la vita può essere più leggera.
    Ma la gentilezza che mi emoziona di più è quella di chi è più debole.
    Di chi non ha niente da guadagnare, di chi ha la vita che pesa addosso, di chi non ha potere né voce, e proprio per questo dona ciò che ha: un gesto buono.
    Forse l’unica vera rivoluzione possibile parte da lì.
    LA RIVOLUZIONE DEL TONO BASSO
    C’è qualcosa di profondamente politico — e poetico — nelle parole di Francesco Gabbani.
    Nel definire la gentilezza una “bomba pacifista”, il cantautore toscano ribalta un paradigma culturale: quello secondo cui solo chi conquista, impone, conquista e sovrasta può considerarsi vincente.
    È una dichiarazione che si inserisce perfettamente nel suo percorso artistico: Gabbani è da sempre un equilibrista tra leggerezza e profondità, tra l’ironia dei suoi successi popolari e la capacità di infilare nei suoi testi riflessioni che superano la superficie.
    Anche qui, il messaggio è limpido: la gentilezza è una forma di resistenza.
    La forza dei gesti semplici
    Molti, oggi, confondono la gentilezza con la debolezza. Lo stesso artista, invece, la riconosce come un atto di coraggio, come una scelta controcorrente in un mondo ipercompetitivo.
    Ed è significativo che individui la forma più pura di gentilezza in chi non ha potere, in chi — teoricamente — avrebbe tutto il diritto di non donarsi perché schiacciato dalla vita.
    In questo, Gabbani parla a nome di chi ancora crede nella possibilità di migliorare le relazioni umane partendo da un gesto elementare: ascoltare, sorridere, aiutare.
    E non è un caso che queste parole facciano eco a un tempo difficile, segnato da rabbia, frustrazione, conflitto.
    Gentilezza come atto sovversivo
    Nella retorica contemporanea, il modello dominante è l’individuo assertivo, competitivo, sempre sul pezzo.
    Gabbani rovescia la prospettiva: la gentilezza non è il contrario della forza, ne è la forma più nobile.
    Essere gentili significa essere presenti, essere empatici, scegliere ogni giorno cosa mettere nel mondo.
    È una forma di responsabilità sociale, un impegno civile contro la brutalità del linguaggio e dei comportamenti.
    Una lezione d’umanità
    Il messaggio finale è semplice ma potente:
    la gentilezza è la vera rivoluzione del nostro tempo.
    Non serve urlare per cambiare le cose.
    Non serve colpire per essere ricordati.
    A volte, per cambiare davvero il mondo, basta fare spazio agli altri senza chiedere nulla in cambio.
    Francesco Gabbani ce lo ricorda così: con la voce pacata di chi sa che la bellezza, come la musica, arriva più lontano quando nasce da un gesto gentile.

  • L’Intelligenza Artificiale è sempre più protagonista delle vite degli adolescenti italiani, non solo per fare i compiti ma anche come strumento di supporto emotivo e confidente, in uno scenario in cui gli adulti mancano di empatia e ascolto, ma abbondano di giudizio

    Dove non arrivano i grandi, ci pensa l’Intelligenza Artificiale: un numero sempre più alto di adolescenti lamenta, infatti, un’assenza di ascolto e connessione emotiva da parte degli adulti di riferimento, che spesso si pongono loro con atteggiamento giudicante. Il risultato? Si affidano in massa a chi queste caratteristiche sembra possederle, sebbene non abbia un’anima: uno su due (46%) ha fatto ricorso all’IA per parlare delle proprie emozioni e, per uno su 10, questa routine è una costante.

    A svelarlo è l’annuale indagine realizzata dall’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.) insieme a Skuola.net, diffusa in occasione della 9ª Giornata Nazionale sulle Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo. L’indagine, che ha coinvolto 927 ragazzi tra i 10 e i 20 anni, restituisce un’immagine nitida della condizione emotiva della generazione cresciuta tra smartphone e social network.

    L’ascolto in famiglia è sempre più carente

    Oltre 7 ragazzi su 10 quelli che dichiarano di avere un forte bisogno di sentirsi ascoltati davvero, non solo “sentiti”. Più di 1 su 5, inoltre, afferma che questa esigenza è sempre presente, come se fosse diventata una sorta di richiesta pressante rivolta al mondo degli adulti.
    Peccato però che, allo stesso tempo, la maggior parte non riesca a trovare questi spazi nella vita offline: quasi 2 su 3 vorrebbero ricevere più “carezze emotive” dalle persone che li circondano, qualche gesto in più che comunichi presenza e non soltanto controllo.

    E, forse anche per questo, quasi 6 su 10 ammettono di fare fatica a parlare apertamente delle proprie emozioni faccia a faccia, come se la comunicazione autentica fosse diventata un terreno scivoloso, pieno di timori e aspettative.

    Il costante confronto social(e) aggrava un quadro già complesso

    Su questo scenario già complesso si innesta, poi, il peso del confronto sociale, che per molti funziona come una lente distorta, attraverso cui guardarsi: il 68% degli intervistati ammette, guarda caso, che l’approvazione degli altri incide sulla propria autostima, spesso più di quanto vorrebbero.

    Questo filtro attraverso cui si guarda la realtà porta, inoltre, il 58% degli intervistati a essere convinto che gli altri stiano meglio, siano più felici, più amati, più sicuri di loro. Circa la metà (52%) soffre proprio il confronto continuo con le vite (apparentemente) “perfette” che scorrono sui social. Più o meno la stessa quota (51%) teme, invece, il giudizio altrui se prova a mostrare le proprie fragilità. Il tutto si traduce in una pressione silenziosa, quotidiana, che spinge molti a rifugiarsi dove sentono meno rischi.

    L’Intelligenza Artificiale sta diventando il principale confidente

    Ed è qui che emerge uno dei passaggi più significativi dell’intera indagine: l’Intelligenza Artificiale, ormai, non viene più percepita solo come uno strumento, ma come un potenziale interlocutore emotivo.

    Quasi un ragazzo su due (46%) ha già utilizzato un sistema basato sull’IA generativa (come, ad esempio, ChatGPT) per parlare delle proprie emozioni. Circa 1 su 10 lo fa abitualmente.

    Questa cosa non va assolutamente sottovalutata. Non si tratta di un gioco né di una curiosità tecnologica: chi ricorre all’IA lo fa perché, spesso, la percepisce come un ambiente meno giudicante degli adulti, più paziente, più neutrale. Lo confermano gli stessi ragazzi raggiunti dal sondaggio: i due terzi (66%) sostengono che l’IA li ascolti senza giudicare, quasi altrettanti (64%) affermano di sentirsi compresi dall’algoritmo.

    Il risultato di un approccio del genere? L’ingresso sempre più prepotente dell’Intelligenza Artificiale nelle vite dei nostri giovani. Più della metà (58%) ormai considera i chatbot dei validi aiuti, quasi degli amici, da interpellare nei momenti emotivamente difficili. Un fenomeno che solleva domande ed evidenzia un vuoto: perché un algoritmo può apparire più accogliente degli adulti.

    I giovani vorrebbero riappropriarsi della dimensione “analogica”

    Forse perché le ragazze e i ragazzi di oggi si sentono quasi “costretti” a farlo. Non sentendo intorno a sé, come visto all’inizio, la presenza di una rete di protezione fatta di persone in carne ed ossa. Quando, potendo, le nuove generazioni farebbero volentieri a meno dell’aiuto dell’amico tecnologico. Invece, ne sono “schiavi felici”. 

    Un dato, su tutti, lo fa intuire: il 59% dice che starebbe meglio se i social scomparissero dall’oggi al domani. Non si tratta, quindi, di una fuga tra le braccia di algoritmi e piattaforme, ma della ricerca di uno spazio in cui essere sé stessi senza la costante pressione del confronto e della performance. La tecnologia, in questo, diventa uno specchio fedele del loro bisogno di autenticità, non la causa del disagio.

    Non è (solo) colpa della tecnologia

    Una condizione che, intanto, preoccupa molto gli esperti. “Questi dati raccontano di una generazione che non chiede meno tecnologia, ma più adulti”, osserva Giuseppe Lavenia, Presidente dell’Associazione Di.Te., che prosegue, “se l’approvazione diventa autostima, se un’IA diventa l’unico luogo dove sentirsi ascoltati senza giudizio, allora il problema non è lo schermo, bensì è la solitudine. La tecnologia non va demonizzata, va condivisa e mediata. E la presenza adulta deve tornare a essere un argine, non un’assenza”.

    Sulla stessa linea Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net, che interpreta così il fenomeno: “I ragazzi ci stanno dicendo una cosa semplice. Che non vogliono un mondo senza digitale, vogliono un digitale che non li lasci soli. Il fatto che quasi la metà degli adolescenti usi l’IA per parlare delle proprie emozioni fa emergere un vuoto educativo e relazionale che non possiamo ignorare. Se un algoritmo viene percepito come più accogliente di un adulto, il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui stiamo accanto alle nuove generazioni”.

  • Solo partendo dalle emozioni possono riprendere vita motivazione e sogni”.

    Daniela Lucangeli spiega come il “sentire” sia la chiave per far rifiorire motivazione, sogni e desideri nei ragazzi: senza emozioni si spegne la speranza, con le emozioni si torna a vivere…

    “Sentiamo poche emozioni, sempre quelle e blocchiamo tutte le altre”. Secondo Daniela Lucangeli, esperta di Neurosviluppo, questo è uno dei problemi principali del nostro “non star bene”. Non star bene nella quotidianità di tutti i giorni, a lavoro, in famiglia, un problema quindi che si estende a tutti gli ambiti della persona.

    Ma abbiamo anche un gran potere in mano capace di risollevarci dalla sofferenza e dalla fatica che avvertiamo tutti indistintamente di affrontare le nostre giornate, ed è il dono del sentire, del sentirci. A tal proposito l’esperta afferma: “L’io sento è un tesoro,  il problema più grande che io vedo oggi, ma lo vedo non in chi sta male, ma chi sta come noi, che ce la fa, ma con  fatica, è proprio il bassissimo volume dell’io sento”. Secondo Lucangeli non siamo proprio in grado di ascoltarci e capire quando è il caso di tirare ancora la corda oppure lasciare la presa.

    Non siamo capaci di ammettere a noi stessi la nostra umanità, il nostro essere vivi e anche a volte fragili. Persone che hanno bisogno di staccare la spina, di concedersi tempo e riposo. Ed è proprio in quel tempo sospeso che non sentiamo solo ansia, angoscia, stress ma pian piano riesco ad affiorare anche altre emozioni come la gioia dello stare insieme, la felicità nel coltivare quella passione che ho accantonato per troppo tempo e che ora mi sta chiedendo di riemergere.

    Infatti dichiara l’esperta: “Quando io sento – quando io mi ascolto – ho la possibilità di abbassare i toni delle emozioni che mi dolgono e di alzare i toni delle emozioni che mi fanno bene. Ma se io non sento sono disorientato, sono nella nebbia. Non ho la determinazione del mio percorso”. Proprio come accade per molti adolescenti, giovanissimi che dovrebbero cavalcare l’onda del momento, cogliere ogni felicità e invece si ritrovano nella “debolezza dei volumi del sentire” afferma Lucangeli. Studenti che non sentono, che non si appassionano, che non vivono abbastanza la loro età: “ non sentono voglia di modificare, hanno abbassato il tono della loro prospettiva, cioè di ciò che di nuovo deve arrivare nella loro vita. Non sentono speranza e tutto questo è veramente un fattore di rischio”.

    Ciò che si sta verificando per l’esperta non segue i naturali ritmi biologici perché “questo desiderio si spegne nel tempo della vita che invece madre natura avrebbe determinato, come il tempo di maggiore accensione alla vita. Quindi il fatto che si manifesti proprio in adolescenza  si tratta di una sprogrammazione, cioè di un meccanismo in cui andiamo contro le leggi di natura”. Gli adolescenti dovrebbero essere pieni di sogni, aspettative, programmi dovrebbero rispondere alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” con la spensieratezza e il cinismo che si possono avere solo a quell’età. Tutto questo è un rischio in quanto la giovinezza non è data dall’età ma dallo stato d’animo e se non riescono ad essere giovani, in termini di idee e di desideri neanche gli adolescenti allora nessuno di noi sta andando nella direzione giusta.

    Ma come possiamo ritrovarci ? Come possiamo “riprogrammare” un mondo capace di riaccoglierci , nel quale creare gli giusti spazi per realizzarci tutti non tenendo conto dell’età ma solo di ciò che ognuno di noi ha nel suo cuore? L’esperta propone un gesto semplice che è quello di ascoltarsi, sentire le nostre vere emozioni, non quello che è “giusto” fare in quel dato momento, ma ciò che veramente vogliamo e desideriamo. Solo così la passione può riaccendersi e generare quel fuoco capace di riportarci la gioia e la felicità.

    articolo di Redazione di ascuolaoggi.com

  • Solo genitori attenti e presenti saranno in grado di far rifiorire passioni e ambizioni.

    Ogni genitore deve guardare ai propri figli con lo sguardo libero, incondizionato.

    E’ assolutamente sconsigliato cercare in loro quel talento che non è facile scovare.

    Ci si chiede spesso, in qualità di genitori, come si faccia a riconoscere e valorizzare il talento dei nostri figli ed alle volte non è così semplice rispondere a tale interrogativo.

    La funzione di educatore, infatti, presuppone una grande responsabilità: occorre essere presenti ma al contempo non eccessivamente invadenti, così preservando l’autonomia e la capacità di autodeterminazione dei nostri figli, che impareranno a cavarsela da soli anche quando la vita metterà loro a dura prova.

    A tal fine Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta italiana, presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus ed ex membro del Comitato ONU per i diritti del fanciullo, in merito si è così espressa: “Ogni genitore deve guardare ai propri figli con lo sguardo libero, incondizionato. È assolutamente sconsigliato cercare in loro quel talento che non si è riusciti a realizzare o che si è sempre sognato di avere. Non siamo rabdomanti con l’arte di scoprire tesori nascosti: il ruolo di un educatore è osservare, incoraggiare e stimolare le tendenze, le risorse e le caratteristiche che il bambino esprime spontaneamente attraverso il gioco, il corpo e la mente.”

    Dunque lo sguardo di un genitore nei confronti del figlio dovrà essere libero ed incondizionato, permettendo a quest’ultimo di esprimere al meglio le proprie attitudini ed inclinazioni.

    Ed allora come facciamo a non investire i ragazzi con le nostre aspettative?

    A rispondere a tale interrogativo è proprio Maria Rita Parsi, che ha dichiarato espressamente:

    “Il segreto, forse, è tornare indietro nel tempo, pensando a come, e a se, i talenti che si avevano da piccoli sono stati riconosciuti e compresi. Perché se si trasforma una predisposizione in un dovere, questa diventa schiavitù. Si deve anche evitare di spronare i ragazzi ad una malsana competizione. Il mito del vincitore racchiude spesso la delusione, una sconfitta a cui i ragazzi di oggi spesso non sono abituati.”

    Ogni bambino, infatti, ha un suo talento speciale e non è vero che solo alcuni bambini siano dotati di particolari abilità: per tale ragione è importante che “i genitori lascino i figli liberi di coltivare i propri talenti, riconoscendo la loro libertà di espressione ed incoraggiando, senza mai forzare, le loro inclinazioni”.

    Solo genitori attenti e presenti, capaci di ascoltare i propri figli, saranno in grado di scorgere nei loro occhi una particolare luce, contribuendo nel far rifiorire le loro passioni ed ambizioni, senza mai ostacolarli o forzarli.

    Ogni talento, infatti, ha bisogno di un terreno fertile per poter emergere: è importante, dunque, che i genitori non riversino sui figli grandi aspettative ma anzi permettano a questi ultimi di esprimersi liberamente così da realizzare se stessi pienamente.

    articolo della Redazione di ascuolaoggi.com

  • Una sfida che spinge gli studenti a mettersi in gioco, alimenta motivazione e responsabilità.

    L’insegnante efficace non toglie ostacoli: crea la soglia che fa scattare la curiosità e rende lo studio un atto di desiderio…La funzione svolta dall’insegnante, in qualità di educatore, appare di notevole importanza e presuppone una grande responsabilità, dovendo garantire la formazione e l’istruzione delle nuove generazioni, futura classe dirigente.

    A tal proposito ci si chiede se, nell’ambito del processo di apprendimento, l’insegnante debba trasformarsi in un “facilitatore”, cercando di semplificare il più possibile le nozioni da trasmettere, oppure possa essere anche un po’ difficile.

    In tale prospettiva lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati richiama alla mente il giovane Pasolini che, impegnato nella sua professione di maestro, riteneva che il compito primo di un insegnante è proprio quello di “svegliare nell’alunno la coscienza della intelligenza”. Pertanto lo sforzo di ogni maestro non doveva essere quello di semplificare, ma anzi di “essere difficile”, in quanto il «difficile» è sempre «il nuovo», ovvero quello che non appartiene al già visto, al già conosciuto, al già detto.

    Dunque alimentare la curiosità negli allievi significa sostanzialmente accendere il fuoco del desiderio di sapere, così come ci spiega con grande destrezza Massimo Recalcati.

    “Essere difficili non scoraggia la ricerca ma la promuove. Si tratta di una postura fondamentale del maestro. Incarnare una quota di oscurità o di incompiutezza si rivela tanto decisivo quanto il gesto di portare alla luce”, queste le significative parole del saggista italiano grazie alle quali poter continuare la sua splendida disamina.

    Ed è proprio in tale incompiutezza che si rivela il gesto più proprio del maestro: “non chiudere, ma aprire, non definire una volta per tutte ma tornare sui propri passi, riprendere, ridire, fallire meglio”.

    Pertanto il maestro deve assomigliare un po’ ad un muro che appare difficile da scavalcare; eppure proprio quel muro, anziché scoraggiare il desiderio di sapere, lo incrementa.

    Ecco perché Lacan menziona la parola amour che nella lingua francese porta con sé quella del muro, di una “parete che separa in modo inesorabile”.

    “Il maestro incarna l’inassimilabile al già noto, al già conosciuto, al già saputo. È un maestro difficile. L’impatto con il muro che la sua presenza istituisce non concerne una severità priva di umanità, un’apatia lontana o una superiorità indifferente. Tutto il contrario. Il maestro-muro mette in gioco una differenza sostanziale, una asimmetria che non può essere cancellata tra la sua responsabilità e quella dei suoi allievi”, in tal modo lo psicoanalista continua la profonda riflessione.

    Dunque il farsi muro del maestro favorisce l’emergere di un desiderio di sapere nuovo.

    “L’essere «difficile» del maestro non significa essere volutamente oscuri, né difendere una concezione elitaria del sapere né, tantomeno, fare equivalere disciplinarmente, alla Foucault, il sapere al potere, ma suscitare il desiderio di valicare un limite, di oltrepassare una soglia, di farsi catturare dall’enigma che il desiderio di sapere del maestro costituisce per l’allievo”, queste le parole attraverso le quali Massimo Recalcati culmina la sua considerevole riflessione.

    articolo tratto dal redazionale di “Ascuolaoggi.com” del 23 Novembre 2025

    di Marianna Parlapiano

  • Una casa isolata, immersa nel verde del Vastese, lontano da scuole, supermercati, automobili e dispositivi elettronici. La scelta di vivere fuori dai circuiti ordinari non è una novità, ma quando ci sono dei bambini coinvolti, l’equilibrio tra libertà educativa e tutela diventa oggetto di valutazione. È accaduto a Palmoli, dove una coppia anglosassone ha deciso di crescere i propri figli in una condizione di autosufficienza, senza luce elettrica né scuola tradizionale. L’episodio che ha fatto da miccia è stato un’intossicazione da funghi. Da lì sono partiti controlli, relazioni, audizioni. Alla fine il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento dei tre bambini dalla famiglia.

    Il commento di Paolo Crepet

    Tra le voci che si sono espresse c’è anche quella dello psichiatra Paolo Crepet, interpellato dal quotidiano Il Centro. La sua posizione è critica, tanto sul provvedimento quanto sull’attenzione mediatica che lo circonda. “Sarebbe bello se il 90% dell’attenzione rivolta alla famiglia che abita nel bosco di Palmoli la dedicassimo anche a chi vive in condizioni diverse, ma non per questo migliori” ha affermato. Le situazioni problematiche non si trovano solo tra chi vive in modo non convenzionale.

    Crepet non entra nei dettagli della sentenza, ma esprime perplessità. Non esclude che il tribunale abbia agito secondo coscienza, ma precisa di avere “forti dubbi” sulla bontà della decisione. Il tema che solleva è quello del trauma infantile: “Per un bambino, essere separati dai genitori è un trauma enorme, un taglio che rischia di lasciare una cicatrice per tutta la vita.” Un’affermazione netta, che chiama in causa una delle esperienze più complesse da gestire sul piano affettivo.

    Genitorialità e contraddizioni

    La riflessione si sposta poi su un piano più ampio. Crepet si domanda quale sia oggi il metro con cui si misura l’idoneità genitoriale. “Fatemi capire: i genitori che stanno sui social tutto il giorno a farsi i fatti loro – e non parlano mai con i figli – vanno bene, mentre chi vive libero nei boschi no?” La provocazione è costruita per disorientare, per forzare un confronto tra ciò che appare conforme e ciò che, pur essendo fuori norma, potrebbe comunque custodire forme di cura e relazione.

    In sintesi, per Crepet il punto non è il luogo in cui si cresce, ma il modo in cui si vive la relazione educativa. “Non è una questione di bosco o città, ma una questione di equilibrio.” Qui sembra voler spostare l’attenzione dal contesto abitativo alla qualità della presenza, alla capacità di offrire ascolto, regole, attenzioni. Un invito a guardare oltre l’apparenza e oltre le abitudini condivise.

    articolo tratto da Orizzontescuola.it – Redazionale del 23 novembre 2025

    di Marianna Parlapiano


  • La gentilezza.

    Una parola che sembra fragile, quasi debole, e invece — lasciatemelo dire — è una bomba pacifista.
    Per me è una qualità rivoluzionaria, un modo di stare al mondo che spiazza, disarma, commuove.
    Viviamo in un’epoca in cui si celebra l’aggressività come se fosse l’unica strada possibile verso il successo. Chi urla, chi sgomita, chi schiaccia, chi corre più forte degli altri viene considerato il “vincente”. Eppure io continuo a credere nel contrario. Rivaluto la gentilezza. La sostengo. La difendo. La pratico, per quanto posso.
    Perché la gentilezza non è ingenuità. Non è mollezza.
    È potenza.
    È coraggio.
    È scelta.
    E come il sorriso, ha una forza spiazzante: apre porte, scioglie tensioni, crea ponti dove prima c’erano muri.
    La trovo ovunque, anche nei gesti più piccoli: nel cameriere che ti ascolta davvero, nel vicino che ti dà una mano senza chiedere nulla in cambio, nella persona che incrocia il tuo sguardo e ti fa capire, senza parole, che la vita può essere più leggera.
    Ma la gentilezza che mi emoziona di più è quella di chi è più debole.
    Di chi non ha niente da guadagnare, di chi ha la vita che pesa addosso, di chi non ha potere né voce, e proprio per questo dona ciò che ha: un gesto buono.
    Forse l’unica vera rivoluzione possibile parte da lì.
    LA RIVOLUZIONE DEL TONO BASSO
    C’è qualcosa di profondamente politico — e poetico — nelle parole di Francesco Gabbani.
    Nel definire la gentilezza una “bomba pacifista”, il cantautore toscano ribalta un paradigma culturale: quello secondo cui solo chi conquista, impone, conquista e sovrasta può considerarsi vincente.
    È una dichiarazione che si inserisce perfettamente nel suo percorso artistico: Gabbani è da sempre un equilibrista tra leggerezza e profondità, tra l’ironia dei suoi successi popolari e la capacità di infilare nei suoi testi riflessioni che superano la superficie.
    Anche qui, il messaggio è limpido: la gentilezza è una forma di resistenza.
    La forza dei gesti semplici
    Molti, oggi, confondono la gentilezza con la debolezza. Lo stesso artista, invece, la riconosce come un atto di coraggio, come una scelta controcorrente in un mondo ipercompetitivo.
    Ed è significativo che individui la forma più pura di gentilezza in chi non ha potere, in chi — teoricamente — avrebbe tutto il diritto di non donarsi perché schiacciato dalla vita.
    In questo, Gabbani parla a nome di chi ancora crede nella possibilità di migliorare le relazioni umane partendo da un gesto elementare: ascoltare, sorridere, aiutare.
    E non è un caso che queste parole facciano eco a un tempo difficile, segnato da rabbia, frustrazione, conflitto.
    Gentilezza come atto sovversivo
    Nella retorica contemporanea, il modello dominante è l’individuo assertivo, competitivo, sempre sul pezzo.
    Gabbani rovescia la prospettiva: la gentilezza non è il contrario della forza, ne è la forma più nobile.
    Essere gentili significa essere presenti, essere empatici, scegliere ogni giorno cosa mettere nel mondo.
    È una forma di responsabilità sociale, un impegno civile contro la brutalità del linguaggio e dei comportamenti.
    Una lezione d’umanità
    Il messaggio finale è semplice ma potente:
    la gentilezza è la vera rivoluzione del nostro tempo.
    Non serve urlare per cambiare le cose.
    Non serve colpire per essere ricordati.
    A volte, per cambiare davvero il mondo, basta fare spazio agli altri senza chiedere nulla in cambio.
    Francesco Gabbani ce lo ricorda così: con la voce pacata di chi sa che la bellezza, come la musica, arriva più lontano quando nasce da un gesto gentile.

    di Marianna Parlapiano

  • Chi sa ascoltare genera fiducia, partecipazione e coinvolgimento.

    Di questo è fermamente convinto il professor Umberto Galimberti così come che un insegnante non trasmette solo nozioni e conoscenze, ma funge anche da guida ed è proprio modulando nella giusta misura autorevolezza e rigore.

    La funzione svolta dall’insegnante, in qualità di educatore, nel percorso formativo e di crescita di uno studente appare di fondamentale importanza e presuppone una particolare abilità nel saper bilanciare la propria autorevolezza con una peculiare capacità empatica e comunicativa.

    D’altronde, un insegnante non trasmette solo nozioni, ma riesce a garantire anche la partecipazione attiva degli studenti al processo di apprendimento, favorendo motivazione, presenza e collaborazione.

    Dunque qual è il primo e più importante strumento educativo che un insegnante ha a disposizione per fare un buon lavoro?

    A rispondere a tale domanda senza giri di parole è proprio il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, il quale in merito ha così espresso il suo pensiero:

    “In una parola sola direi l’amore. L’amore è uno stile d’esistenza. Quando si incontra una persona, se quella persona metaforicamente allarga le braccia o le chiude; se c’è una disposizione all’ascolto oppure no. I ragazzi hanno voglia di parlare. Nel libro in cui ho raccolto le lettere che loro mi hanno spedito, 72 lettere a cui seguono 72 risposte, ho chiesto loro: ‘Ma perché le cose che dite a me non le dite ai vostri genitori, ai vostri insegnanti?’. E loro mi hanno risposto: ‘Perché sappiamo già cosa ci possono dire’. Quindi hanno già chiuso la comunicazione col mondo adulto. Però, se trovano da qualche parte un luogo d’amore, basta, abboccano. Io mi ricordo mia figlia quando mi faceva vedere i sorci verdi. Un bel giorno se n’è andata sbattendo la porta e, a un certo punto, verso sera torna. Alla fine lei era andata da un professore di greco che gli faceva lezione perché quel professore era buono. Hai capito? Cioè, l’amore crea la premessa, è la precondizione dell’affidabilità, della fiducia che un ragazzo può generare. L’amore non deve esser fatto di sorrisi, non deve essere fatto di pizze mangiate insieme. L’amore è un atteggiamento. Al limite non è neanche un gesto, è uno stile. È uno stile d’esistenza”.

    Un bravo insegnante, pertanto, proprio grazie all’amore che dispensa ai suoi allievi, riesce a predisporsi all’ascolto e alla comprensione, divenendo ben presto un punto di riferimento per i suoi studenti che si sentiranno accolti e supportati, creando un ambiente di apprendimento positivo e produttivo.

    Tuttavia, come ci spiega molto accuratamente Umberto Galimberti, l’accoglienza non piò essere incondizionata, ma anzi “deve essere tale da creare in chi accogliamo una fiducia grazie alla quale noi possiamo chiedere anche un impegno per ripagare questa fiducia, perché ha senso solo se anche quel’altro si muove, e non se ci muoviamo solo noi.

    Ma noi dobbiamo essere disposti all’accoglienza. Accoglienza si chiama amore.

    “Sono stato a Firenze e ho visto che c’erano delle pratiche, dei metodi per sviluppare le emozioni o per far crescere emotivamente i ragazzi. Ma quale metodo? Ti basta il cuore…

    Solo in tale maniera un insegnante sarà in grado di instaurare con i suoi allievi un rapporto di fiducia e di rispetto reciproco, senza privarsi di quell’autorevolezza che è presupposto imprescindibile per svolgere adeguatamente la propria funzione educativa e formativa, tenendo conto dei bisogni e delle necessità dei suoi studenti.

    tratto da articolo dalla testata web “ascuolaoggi.com”

  • Vittorino Andreoli non è solo uno dei più famosi psichiatri italiani, ma anche un maestro nell’osservare le stranezze del cuore umano. Tra le tante cose di cui parla -dalla follia all’amore, dalla famiglia alla società – c’è una che sembra semplice, ma non lo è affatto: chiedere scusa. Per lui, le scuse non sono un gesto di debolezza, ma un vero atto di coraggio e intelligenza emotiva. E forse, se impariamo a farle nel modo giusto, possiamo salvare molte relazioni… e anche qualche momento di serenità per noi stessi.

    Chi è Vittorino Andreoli

    Vittorino Andreoli è conosciuto per il suo stile diretto, un po’ irriverente, ma sempre chiaro. Nei suoi libri e nelle interviste, osserva l’animo umano senza giri di parole. Sa mettere a nudo le contraddizioni delle persone, e lo fa con un tocco di ironia che fa sorridere, anche quando il tema è serio. Parlare di scuse con lui non significa fare la morale: significa imparare a riconoscere i nostri errori, senza drammi esagerati, ma con onestà e cuore.

    Perché le scuse sono così importanti

    Secondo Vittorino Andreoli, tendiamo a maltrattare soprattutto le persone a cui vogliamo bene. Strano ma vero: quelli che amiamo di più sono spesso i primi a subire le nostre stizzosità, i nostri nervosismi, i nostri sbalzi d’umore. Dice:

    Noi maltrattiamo in modo particolare le persone a cui vogliamo bene.”

    E proprio per questo, aggiunge:

    Le persone a cui dovremmo chiedere scusa sono soprattutto quelle a cui vogliamo bene.”

    Questa frase è una specie di sveglia gentile: ci ricorda che chiedere scusa non è tanto per noi stessi, quanto per chi ci sta vicino e che rischia di soffrire per colpa nostra. È un invito a fare il passo più difficile ma più necessario: ammettere di aver sbagliato verso chi amiamo.

    Come trovare il coraggio di chiedere scusa

    A volte sembra difficile, vero? Ammettere un errore, soprattutto verso chi amiamo, mette in gioco il nostro orgoglio. Ma pensiamo alla frase di Andreoli: “Le persone a cui dovremmo chiedere scusa sono soprattutto quelle a cui vogliamo bene.”

    È un promemoria potente: se ci teniamo a qualcuno, vale la pena superare l’imbarazzo, mettere da parte il fastidio e dire quel semplice “mi dispiace”. È un atto di rispetto, di amore, e anche di intelligenza emotiva. In fondo, riconoscere i nostri sbagli non ci rende deboli: ci rende umani.

    Le scuse sono come ponti

    Vittorino Andreoli ci ricorda che le scuse sono molto più di parole: sono ponti che costruiscono o riparano relazioni, e che spesso dobbiamo tendere verso chi più amiamo. La prossima volta che senti il peso di un rimorso, pensa alle sue parole e trova il coraggio di chiedere scusa. Potresti scoprire che, alla fine, farlo non è solo un regalo per gli altri, ma anche per te stesso.

    Frasi di Vittorino Andreoli sulle scuse

    1. Le persone a cui dovremmo chiedere scusa sono soprattutto quelle a cui vogliamo bene.”
    2. Noi maltrattiamo in modo particolare le persone a cui vogliamo bene.”
    3. Dovremmo chiedere scusa alle persone che vivono con noi, qualche volta anche ai figli, i quali pure qualche volta devono chiedere scusa ai genitori.”
    4. La grande tristezza viene quel giorno per cui forse eravamo poco sereni e abbiamo trattato male una persona che invece ci vuole bene.”

    tratto da art. di Romina Cardia

  • “Dobbiamo imparare a respirare per ritrovare noi stessi e vivere meglio nello stress di un mondo che corre. rallentare è un dono che dobbiamo fare a noi stessi”.

    Questi i preziosi suggerimenti della Professoressa Daniela Lucangeli,

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    Nell’inseguire tutto e tutti rischiamo davvero di perdere noi stessi. Nel caos del trambusto quotidiano, con agende sempre piene e tutto di corsa, il cuore a volte straborda di emozioni. Quella che conduciamo è, secondo l’esperta di Neurosviluppo Daniela Lucangeli, una ‘vita in apnea’. Come quando ci dimentichiamo di respirare davvero mentre corriamo da un impegno all’altro.

    Queste parole hanno un duplice significato. L’apnea non indica solo la difficoltà di sopravvivere quotidianamente, affrontando le incombenze con fatica. L’apnea può anche diventare un modo per imparare a respirare diversamente, con ritmi più lenti, più umani, e questo porta reali benefici al corpo e alla mente. Ad esempio, fare una pausa di 5 minuti ogni mattina per respirare profondamente può cambiare l’umore e la concentrazione. Come ci ricorda Lucangeli: “La vita di questo tempo del mondo è una vita di apnea. Ha tutto quello che riguarda più i punti di difficoltà che non i punti di forza. Io sono chi legge l’apnea della vita come uno dei segnali che ci dicono che è ora di cominciare ad aiutarci tutti un po’ ”.

    In altre parole, quando ci sentiamo sopraffatti, è un segnale che dobbiamo prenderci cura di noi stessi, magari concedendoci una passeggiata o un momento di pausa.

    Secondo l’esperta occorre fare un passo indietro tutti, occorre portare i ritmi in condizioni di normalità, ritmi che non si basano sulle macchine che spesso usiamo, ma si basano sulle reali capacità dell’uomo. Includendo in questo spazio fragilità, stanchezza, attimi di vacillamento che proprio perché umani capitano a tutti.

    Dal punto di vista scientifico Lucangeli intreccia questo “nostro ritrovarci”, in un tempo del mondo più accogliente, con il concetto di profondità. A tal proposito afferma: “La profondità corpo mente ha un misterioso meccanismo di omeostasi e di riequilibrio neurobiologico”. In pratica, questo significa che praticare momenti di calma o meditazione può aiutare il corpo e la mente a mantenere equilibrio, anche quando fuori tutto corre veloce.

    L’omeostasi è la capacità di autoregolazione che mantiene stabile il nostro ambiente interno nonostante le variazioni dell’ambiente esterno.

    Daniela Lucangeli a tal proposito ci spiega che: “Il nostro connettoma è lì. È proprio in quella omeostasi che noi troviamo la migliore qualità per le condizioni di salute, corpo e mente che desideriamo tutti, io compresa”.  L’esperta con questo intervento vuole riportare l’attenzione sulla cura di noi stessi, imparare a rallentare è una competenza che dobbiamo esercitare soprattutto in un mondo che corre veloce. “Ritrovarci” è un dono che dobbiamo fare a noi stessi, ritagliarci spazi di un tempo lento è una nostra responsabilità , “per tornare a respirare”. Bastano 10 minuti al giorno per leggere, camminare o semplicemente respirare profondamente: un piccolo rituale che rigenera, aiuta a vivere meglio e ci permette di ripartire con più energia.