Nel suo nuovo libro Ciascun uomo può cambiare, il celebre psichiatra lancia un appello urgente e visionario: recuperare i principi fondanti dell’umanesimo per non perdere l’anima della nostra civiltà. Un dialogo intimo sul cambiamento, la bellezza, la rabbia collettiva e il potere della fragilità «Non mi preoccupa la crisi della società: quella c’è sempre stata. Mi preoccupa l’agonia della civiltà. Perché una società si può riprendere. Ma se perdiamo i principi, perdiamo l’umano».

Il Professor Vittorino Andreoli parla piano, ma le sue parole non fanno rumore: lasciano il segno. Perché oggi, nel tempo in cui si moltiplicano le diagnosi collettive – disagio giovanile, sfiducia nella politica, isolamento sociale, rabbia diffusa – lui sposta lo sguardo più in profondità.
Non è la società a essere sull’orlo del collasso, sostiene. È la civiltà a essere in pericolo: ciò che ci definisce come esseri umani nel corso della storia, al di là delle crisi contingenti. I principi su cui poggia la nostra identità – giustizia, bellezza, senso del limite, rispetto della vita – stanno scomparendo. E con essi, il futuro.

Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il suo nuovo libro, appena arrivato in libreria: Ciascun uomo può cambiare. Breviario per riscoprire la nostra civiltà (edizioni Solferino). Un’opera intensa, originale, profondamente umana, che non è solo un saggio, ma una vera liturgia dell’esistenza: un percorso quotidiano per riconnettersi con le radici dell’umanesimo, ritrovare orientamento, rieducarsi alla bellezza.

Lo incontriamo al telefono per parlarne. Ne nasce un dialogo appassionato, lucido e visionario. Una conversazione che è già, in sé, un piccolo atto di resistenza alla barbarie.

Professor Andreoli, il suo nuovo libro si apre con un’affermazione netta: «Ciascun uomo può cambiare». Ma davvero oggi, in questo tempo così sfiduciato, lei riesce ancora a crederci?
«Sì, ci credo profondamente. Non per ideologia, ma perché l’ho visto accadere migliaia di volte. Un essere umano può cambiare in modo radicale, anche in pochissimo tempo. A volte basta un incontro affettivo, un cambio d’ambiente, un’illuminazione interiore. Il cambiamento può essere improvviso e reale, come avviene nei pazienti bipolari, che si svegliano un giorno completamente diversi dalla sera prima. La scienza oggi ci conferma che il cervello ha una struttura plasticasi adatta, si modifica, cresce con l’esperienza. E questo è rivoluzionario. Significa che l’identità non è una condannama un’opportunità. E che ogni dialogo — anche questo, ora con Lei — può lasciare un segno».

Il suo libro non è solo un saggio: è un breviario, una sorta di liturgia laica dell’esistenza. Da dove nasce questa scelta?
«Volevo proporre un esercizio quotidiano del pensiero. La mattina, il lettore può meditare su uno dei 14 principi fondanti dell’umanesimo: la giustizia, la bellezza, il senso del limite, la trascendenza, la natura… Sono principi senza tempo, che non si comprano e non si legiferano.
La sera, invece, ogni giorno dell’anno è dedicato a una figura — uomo o donna — che ha dato forma alla nostra civiltà: Platone, Seneca, Galileo, Maria Montessori, Dostoevskij, Hannah Arendt… Ognuno di loro è un esempio di civiltà, un punto di bellezza da cui ripartire. Così il libro diventa una liturgia dell’essere umano».

Lei parla di «agonia della civiltà». Cosa intende, esattamente?
«Non parlo di una crisi qualsiasi. Quelle sociali, politiche, economiche ci sono sempre state. Io temo la fine della civiltà, ovvero la perdita di quei valori universali che ci hanno fatto esseri umani nel senso più pieno. Una volta ci inginocchiavamo davanti al sole, alla luna, avevamo il senso del mistero. Oggi la trascendenza è sparita, il senso del limite è visto come un ostacolo, la bellezza è sacrificata alla velocità. Se non trasmettiamo questi principi fondanti alle nuove generazioni, in due generazioni saranno cancellati. E torneremo selvaggi. Come diceva Giambattista Vico: dall’uomo selvaggio all’eroe, all’umano… ma si può anche regredire».

È un messaggio molto forte. Eppure il titolo del libro parla di possibilità. Nonostante tutto?
«Certo. La crisi è anche una possibilità. Se non ci fosse crisi, non ci sarebbe movimento, né desiderio. La crisi è il punto in cui tutto può cambiare. Ma per farlo serve una bussola, un orientamento. Questo libro vuole offrire proprio quello: un piccolo aiuto per non perdersi nel rumore. Ci invita ogni giorno a guardare verso qualcosa di grande, anche solo per un attimo. E così facendo, piano piano, si cambia la propria prospettiva. Il cambiamento non è una rivoluzione immediata: è un esercizio quotidiano di civiltà».

Lei ha una visione molto relazionale dell’identità: «l’io non esiste senza il noi». È un pensiero quasi controcorrente.
«Ma è la verità. Il concetto di “io” separato è un’invenzione recente. L’essere umano è costitutivamente relazionale: esistiamo solo in quanto ci incontriamo, ci ascoltiamo, ci riconosciamo. L’amore stesso, per esempio, nasce dal riconoscere la fragilità dell’altro. Non è vero che i sentimenti si consumano: io amo mia moglie da 58 anni. L’amore, quello vero, non è potere sull’altro, ma rispetto profondo. È costruzione. È umanità».

Eppure oggi sembra che prevalga la rabbia, la chiusura…
«La rabbia è il sintomo psichiatrico della nostra epoca. È ovunque. È un’emozione potente, che nasce dal senso d’impotenza, dalla paura, dall’assenza di senso. E la rabbia, se non è ascoltata, si trasforma in violenza. I giovani oggi non vengono educati alla civiltà: li si punisce, li si emargina. Gli anziani vengono scartati. E tutto è dominato da dispositivi che ci distraggono, ci frammentano. Il cervello va tenuto acceso, non in tasca. È il cellulare che va messo via. La mente deve tornare a essere il centro dell’esistenza».

Professore, lei ha scritto decine di libri, è stato direttore di reparti psichiatrici, ha studiato il cervello per una vita. Cosa la muove ancora, oggi?
«L’idea che ciascun uomo può cambiare, davvero. E che la civiltà, se la vogliamo, può ancora rinascere. Ma dobbiamo tornare a prenderci cura del pensiero, della parola, della relazione. Siamo nati per essere grandi. Non c’è scritto da nessuna parte che dobbiamo rimpicciolirci. Basta davvero poco: una scintilla, una lettura, un gesto. È da lì che si comincia. Sempre».

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