Tra noi insegnanti c’è un’espressione che dice tutto: “Sa tenere la classe.”

Una frase semplice, ma che racchiude un’arte antica.

Chi “sa tenere la classe” non è un animatore né un domatore: è un capitano esperto, che conosce le correnti emotive, le tempeste adolescenziali, le bonacce improvvise. Regola le vele ogni giorno, ogni quadrimestre, ogni anno, cercando di portare la nave in porto con tutti i passeggeri a bordo — o almeno con la maggior parte sveglia e non gettatasi in mare per noia o disperazione.

Ma governare questa nave, oggi, è un’impresa sempre più complessa.

Non tanto per i ragazzi — che, anzi, hanno ancora dentro una luce che chiede solo qualcuno che la riconosca — quanto per le presenze invisibili, quelle che non siedono tra i banchi ma decidono comunque come ci si deve muovere.

I genitori, ad esempio.

Alcuni di loro vivono ormai come paladini medievali: pronti a difendere il proprio erede anche quando ha scalato l’Everest dell’evidenza.

Non importa cosa abbia fatto il figlio: se lo dici tu, non è vero; se lo vedevano, non hanno capito; se ha sbagliato, è colpa del sistema.

La logica abdica. Il Medioevo ritorna. E noi insegnanti restiamo lì, a fare da notaio della realtà.

E poi c’è quell’idea di insegnante che vaga nell’aria come una diceria immortale:

quella del povero disgraziato che si gode tre mesi di vacanza e prende lo stipendio solo per “stare in classe”.

Una figura folkloristica, a metà tra lo spaventapasseri e il saltimbanco, utile solo come bersaglio da sagre popolari:

“Eh ma io al posto tuo…”,

“Eh ma anche io saprei…”,

“Eh ma cosa ci vuole…”.

Già, cosa ci vuole.

Solo la capacità di vedere l’essere umano quando ancora non si è formato.

Solo la responsabilità di dare forma a ciò che non c’è ancora.

Solo la fermezza di tenere una soglia, un limite, un orizzonte.

Solo la pazienza di resistere quando tutto spinge a cedere.

Tutto qui.

Il punto più doloroso, però, non è la fatica.

È la svalutazione.

È la percezione di essere diventati una professione scomoda, sospetta, ridicola, continuamente giudicata e quasi mai ascoltata.

Una professione che chiede rispetto non per nostalgia di tempi autoritari, ma perché educare è un lavoro da adulti, e per farlo servono adulti.

Che è proprio ciò che manca.

Lì, fuori bordo.

E, a volte, pure a bordo.

Anonimo, dal web

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