Ci raccontiamo che l’infanzia è un capitolo chiuso. Una foto sbiadita, un quaderno delle elementari, qualche ricordo di Natale. Poi arriva il lavoro, le bollette, le relazioni complicate. E pensiamo: “Sono adulto, ormai”. Eppure, secondo Maria Rita Parsi, non è così semplice.
Psicoterapeuta, psicologa, docente universitaria e volto noto dell’impegno sociale italiano, Maria Rita Parsi ha dedicato la sua vita a studiare l’anima dei bambini e le cicatrici che ci portiamo dietro da grandi. E quando parla di infanzia, non usa mezzi termini. Dice:
“L’infanzia è attesa di eventi luminosi e lieti, eroici, santi e belli. Se l’infanzia di un bambino è stata buia, triste, grigia, spaventata, nessun drago, fantasma o mostro, all’improvviso sconfitto, nessuna luce, il bambino diventa adulto. Ma dentro di lui, quel bambino aspetta, murato nel semisonno dell’attesa. Aspetta che l’infanzia sia magica, bella e santa. Bisogna illuminare l’infanzia per farlo crescere.”
Non è poesia. È diagnosi.
“Se oggi non sei un adulto sereno è perché ancora aspetti la tua infanzia”.
Cosa significa “attesa di eventi luminosi“?
Quando Maria Rita Parsi parla di infanzia come “attesa di eventi luminosi”, non sta parlando di regali costosi o vacanze perfette. Sta parlando di fiducia nel mondo.
Un bambino sano si aspetta che accada qualcosa di bello. Che l’adulto lo protegga. Che il mostro sotto il letto venga sconfitto. Che qualcuno dica: “Ci sono io”. Se invece l’infanzia è “buia, triste, grigia, spaventata”, accade qualcosa di silenzioso ma devastante: il bambino non smette di sperare. Smette di credere. E qui sta il punto tagliente: diventare adulti non significa guarire automaticamente. Significa solo crescere in altezza.
Il bambino murato dentro di noi
“Murato nel semisonno dell’attesa”. È un’immagine potente. Il bambino non muore. Non sparisce. Resta lì, come una stanza chiusa.
Chi non ha avuto un’infanzia “illuminata” spesso diventa un adulto che:
- i sente costantemente insoddisfatto;
- cerca approvazione come fosse ossigeno;
- ha relazioni in cui chiede di essere salvato;
- si arrabbia in modo sproporzionato;
- ha paura dell’abbandono.
Non è debolezza. È attesa.
Secondo numerosi studi sulle Adverse Childhood Experiences (ACE), le esperienze negative infantili – trascuratezza, violenza, instabilità affettiva – aumentano il rischio di ansia, depressione e difficoltà relazionali in età adulta. La scienza conferma quello che Maria Rita Parsi ha raccontato per anni con linguaggio umano: il passato non passa se non viene visto.
“Bisogna illuminare l’infanzia per farlo crescere“
Questa frase è il cuore della sua riflessione. Illuminare non significa negare. Non significa dire “ormai è andata”. Significa guardare quel bambino e dirgli finalmente: ti vedo. Per Maria Rita Parsi l’infanzia dovrebbe essere:
- tempo di gioco;
- spazio di ascolto;
- libertà di espressione;
- presenza affettiva costante.
In altre occasioni ha affermato che “un bambino che ha potuto giocare sarà un adulto sereno”. Il gioco, per lei, non è passatempo: è costruzione dell’identità. È il laboratorio emotivo dove si impara a perdere, a vincere, a cooperare, a immaginare. Quando il gioco manca, l’adulto fatica a essere creativo, flessibile, empatico.
E allora non siamo “adulti difficili”. Siamo adulti che non hanno potuto giocare abbastanza.
Perché questa frase ci riguarda da vicino
Se ti sei mai chiesto perché non ti senti completamente sereno, perché reagisci in modo eccessivo, perché ti sembra di aspettare sempre qualcosa che non arriva, forse la risposta è lì. Quel bambino aspetta ancora il drago sconfitto. Aspetta qualcuno che dica: “Non era colpa tua”. Aspetta luce.
E attenzione: non è una condanna. È una responsabilità. Perché se nessuno ha illuminato la nostra infanzia, oggi possiamo farlo noi.
Come si illumina un’infanzia passata?
Non con la bacchetta magica. Ma con scelte precise.
Un uomo cresciuto con un padre severo e distante può accorgersi che ogni critica lo distrugge. Illuminare quell’infanzia significa riconoscere: non sono fragile, sono stato spaventato. Una donna che da bambina non è stata ascoltata può oggi imparare a dire “no”. Non è egoismo. È recupero di voce.
La psicoterapia, il lavoro su di sé, la scrittura autobiografica, il confronto sincero nelle relazioni sono strumenti concreti. Non filosofie da salotto. Illuminare l’infanzia significa dare al bambino ciò che allora è mancato: protezione, ascolto, dignità.
Non siamo rotti: siamo rimasti in attesa
Il messaggio di Maria Rita Parsi è scomodo e liberatorio insieme. Non siamo adulti “difettosi”. Siamo adulti che hanno ancora un bambino in attesa. E quell’attesa può trasformarsi in rabbia, ansia, bisogno eccessivo di controllo. Oppure può diventare consapevolezza.
La differenza sta nel coraggio di guardare indietro senza autoassolversi e senza autoflagellarsi. Perché, come suggerisce la Parsi, la crescita non è automatica. È un processo che continua. E a volte inizia proprio quando abbiamo il coraggio di dire: la mia infanzia non è stata luminosa, ma posso accendere la luce oggi.
Chi era Maria Rita Parsi
Maria Rita Parsi è stata psicologa, psicoterapeuta, docente universitaria e scrittrice. È stata membro del Comitato ONU per i diritti del fanciullo e ha fondato la Fondazione Movimento Bambino, impegnata nella tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Per decenni ha lavorato con bambini, famiglie e scuole, affrontando temi come abuso, trascuratezza, educazione affettiva e prevenzione del disagio.
Le sue riflessioni sull’infanzia non sono teorie astratte: sono il frutto di migliaia di storie ascoltate. Ed è forse per questo che le sue parole non accarezzano. Illuminano. E a volte, sì, bruciano un po’.
Articolo tratto da frasicelebri.it a cura di Romina Cardia
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