• La gentilezza.

    Una parola che sembra fragile, quasi debole, e invece — lasciatemelo dire — è una bomba pacifista.
    Per me è una qualità rivoluzionaria, un modo di stare al mondo che spiazza, disarma, commuove.
    Viviamo in un’epoca in cui si celebra l’aggressività come se fosse l’unica strada possibile verso il successo. Chi urla, chi sgomita, chi schiaccia, chi corre più forte degli altri viene considerato il “vincente”. Eppure io continuo a credere nel contrario. Rivaluto la gentilezza. La sostengo. La difendo. La pratico, per quanto posso.
    Perché la gentilezza non è ingenuità. Non è mollezza.
    È potenza.
    È coraggio.
    È scelta.
    E come il sorriso, ha una forza spiazzante: apre porte, scioglie tensioni, crea ponti dove prima c’erano muri.
    La trovo ovunque, anche nei gesti più piccoli: nel cameriere che ti ascolta davvero, nel vicino che ti dà una mano senza chiedere nulla in cambio, nella persona che incrocia il tuo sguardo e ti fa capire, senza parole, che la vita può essere più leggera.
    Ma la gentilezza che mi emoziona di più è quella di chi è più debole.
    Di chi non ha niente da guadagnare, di chi ha la vita che pesa addosso, di chi non ha potere né voce, e proprio per questo dona ciò che ha: un gesto buono.
    Forse l’unica vera rivoluzione possibile parte da lì.
    LA RIVOLUZIONE DEL TONO BASSO
    C’è qualcosa di profondamente politico — e poetico — nelle parole di Francesco Gabbani.
    Nel definire la gentilezza una “bomba pacifista”, il cantautore toscano ribalta un paradigma culturale: quello secondo cui solo chi conquista, impone, conquista e sovrasta può considerarsi vincente.
    È una dichiarazione che si inserisce perfettamente nel suo percorso artistico: Gabbani è da sempre un equilibrista tra leggerezza e profondità, tra l’ironia dei suoi successi popolari e la capacità di infilare nei suoi testi riflessioni che superano la superficie.
    Anche qui, il messaggio è limpido: la gentilezza è una forma di resistenza.
    La forza dei gesti semplici
    Molti, oggi, confondono la gentilezza con la debolezza. Lo stesso artista, invece, la riconosce come un atto di coraggio, come una scelta controcorrente in un mondo ipercompetitivo.
    Ed è significativo che individui la forma più pura di gentilezza in chi non ha potere, in chi — teoricamente — avrebbe tutto il diritto di non donarsi perché schiacciato dalla vita.
    In questo, Gabbani parla a nome di chi ancora crede nella possibilità di migliorare le relazioni umane partendo da un gesto elementare: ascoltare, sorridere, aiutare.
    E non è un caso che queste parole facciano eco a un tempo difficile, segnato da rabbia, frustrazione, conflitto.
    Gentilezza come atto sovversivo
    Nella retorica contemporanea, il modello dominante è l’individuo assertivo, competitivo, sempre sul pezzo.
    Gabbani rovescia la prospettiva: la gentilezza non è il contrario della forza, ne è la forma più nobile.
    Essere gentili significa essere presenti, essere empatici, scegliere ogni giorno cosa mettere nel mondo.
    È una forma di responsabilità sociale, un impegno civile contro la brutalità del linguaggio e dei comportamenti.
    Una lezione d’umanità
    Il messaggio finale è semplice ma potente:
    la gentilezza è la vera rivoluzione del nostro tempo.
    Non serve urlare per cambiare le cose.
    Non serve colpire per essere ricordati.
    A volte, per cambiare davvero il mondo, basta fare spazio agli altri senza chiedere nulla in cambio.
    Francesco Gabbani ce lo ricorda così: con la voce pacata di chi sa che la bellezza, come la musica, arriva più lontano quando nasce da un gesto gentile.

    di Marianna Parlapiano

  • Chi sa ascoltare genera fiducia, partecipazione e coinvolgimento.

    Di questo è fermamente convinto il professor Umberto Galimberti così come che un insegnante non trasmette solo nozioni e conoscenze, ma funge anche da guida ed è proprio modulando nella giusta misura autorevolezza e rigore.

    La funzione svolta dall’insegnante, in qualità di educatore, nel percorso formativo e di crescita di uno studente appare di fondamentale importanza e presuppone una particolare abilità nel saper bilanciare la propria autorevolezza con una peculiare capacità empatica e comunicativa.

    D’altronde, un insegnante non trasmette solo nozioni, ma riesce a garantire anche la partecipazione attiva degli studenti al processo di apprendimento, favorendo motivazione, presenza e collaborazione.

    Dunque qual è il primo e più importante strumento educativo che un insegnante ha a disposizione per fare un buon lavoro?

    A rispondere a tale domanda senza giri di parole è proprio il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, il quale in merito ha così espresso il suo pensiero:

    “In una parola sola direi l’amore. L’amore è uno stile d’esistenza. Quando si incontra una persona, se quella persona metaforicamente allarga le braccia o le chiude; se c’è una disposizione all’ascolto oppure no. I ragazzi hanno voglia di parlare. Nel libro in cui ho raccolto le lettere che loro mi hanno spedito, 72 lettere a cui seguono 72 risposte, ho chiesto loro: ‘Ma perché le cose che dite a me non le dite ai vostri genitori, ai vostri insegnanti?’. E loro mi hanno risposto: ‘Perché sappiamo già cosa ci possono dire’. Quindi hanno già chiuso la comunicazione col mondo adulto. Però, se trovano da qualche parte un luogo d’amore, basta, abboccano. Io mi ricordo mia figlia quando mi faceva vedere i sorci verdi. Un bel giorno se n’è andata sbattendo la porta e, a un certo punto, verso sera torna. Alla fine lei era andata da un professore di greco che gli faceva lezione perché quel professore era buono. Hai capito? Cioè, l’amore crea la premessa, è la precondizione dell’affidabilità, della fiducia che un ragazzo può generare. L’amore non deve esser fatto di sorrisi, non deve essere fatto di pizze mangiate insieme. L’amore è un atteggiamento. Al limite non è neanche un gesto, è uno stile. È uno stile d’esistenza”.

    Un bravo insegnante, pertanto, proprio grazie all’amore che dispensa ai suoi allievi, riesce a predisporsi all’ascolto e alla comprensione, divenendo ben presto un punto di riferimento per i suoi studenti che si sentiranno accolti e supportati, creando un ambiente di apprendimento positivo e produttivo.

    Tuttavia, come ci spiega molto accuratamente Umberto Galimberti, l’accoglienza non piò essere incondizionata, ma anzi “deve essere tale da creare in chi accogliamo una fiducia grazie alla quale noi possiamo chiedere anche un impegno per ripagare questa fiducia, perché ha senso solo se anche quel’altro si muove, e non se ci muoviamo solo noi.

    Ma noi dobbiamo essere disposti all’accoglienza. Accoglienza si chiama amore.

    “Sono stato a Firenze e ho visto che c’erano delle pratiche, dei metodi per sviluppare le emozioni o per far crescere emotivamente i ragazzi. Ma quale metodo? Ti basta il cuore…

    Solo in tale maniera un insegnante sarà in grado di instaurare con i suoi allievi un rapporto di fiducia e di rispetto reciproco, senza privarsi di quell’autorevolezza che è presupposto imprescindibile per svolgere adeguatamente la propria funzione educativa e formativa, tenendo conto dei bisogni e delle necessità dei suoi studenti.

    tratto da articolo dalla testata web “ascuolaoggi.com”

  • Vittorino Andreoli non è solo uno dei più famosi psichiatri italiani, ma anche un maestro nell’osservare le stranezze del cuore umano. Tra le tante cose di cui parla -dalla follia all’amore, dalla famiglia alla società – c’è una che sembra semplice, ma non lo è affatto: chiedere scusa. Per lui, le scuse non sono un gesto di debolezza, ma un vero atto di coraggio e intelligenza emotiva. E forse, se impariamo a farle nel modo giusto, possiamo salvare molte relazioni… e anche qualche momento di serenità per noi stessi.

    Chi è Vittorino Andreoli

    Vittorino Andreoli è conosciuto per il suo stile diretto, un po’ irriverente, ma sempre chiaro. Nei suoi libri e nelle interviste, osserva l’animo umano senza giri di parole. Sa mettere a nudo le contraddizioni delle persone, e lo fa con un tocco di ironia che fa sorridere, anche quando il tema è serio. Parlare di scuse con lui non significa fare la morale: significa imparare a riconoscere i nostri errori, senza drammi esagerati, ma con onestà e cuore.

    Perché le scuse sono così importanti

    Secondo Vittorino Andreoli, tendiamo a maltrattare soprattutto le persone a cui vogliamo bene. Strano ma vero: quelli che amiamo di più sono spesso i primi a subire le nostre stizzosità, i nostri nervosismi, i nostri sbalzi d’umore. Dice:

    Noi maltrattiamo in modo particolare le persone a cui vogliamo bene.”

    E proprio per questo, aggiunge:

    Le persone a cui dovremmo chiedere scusa sono soprattutto quelle a cui vogliamo bene.”

    Questa frase è una specie di sveglia gentile: ci ricorda che chiedere scusa non è tanto per noi stessi, quanto per chi ci sta vicino e che rischia di soffrire per colpa nostra. È un invito a fare il passo più difficile ma più necessario: ammettere di aver sbagliato verso chi amiamo.

    Come trovare il coraggio di chiedere scusa

    A volte sembra difficile, vero? Ammettere un errore, soprattutto verso chi amiamo, mette in gioco il nostro orgoglio. Ma pensiamo alla frase di Andreoli: “Le persone a cui dovremmo chiedere scusa sono soprattutto quelle a cui vogliamo bene.”

    È un promemoria potente: se ci teniamo a qualcuno, vale la pena superare l’imbarazzo, mettere da parte il fastidio e dire quel semplice “mi dispiace”. È un atto di rispetto, di amore, e anche di intelligenza emotiva. In fondo, riconoscere i nostri sbagli non ci rende deboli: ci rende umani.

    Le scuse sono come ponti

    Vittorino Andreoli ci ricorda che le scuse sono molto più di parole: sono ponti che costruiscono o riparano relazioni, e che spesso dobbiamo tendere verso chi più amiamo. La prossima volta che senti il peso di un rimorso, pensa alle sue parole e trova il coraggio di chiedere scusa. Potresti scoprire che, alla fine, farlo non è solo un regalo per gli altri, ma anche per te stesso.

    Frasi di Vittorino Andreoli sulle scuse

    1. Le persone a cui dovremmo chiedere scusa sono soprattutto quelle a cui vogliamo bene.”
    2. Noi maltrattiamo in modo particolare le persone a cui vogliamo bene.”
    3. Dovremmo chiedere scusa alle persone che vivono con noi, qualche volta anche ai figli, i quali pure qualche volta devono chiedere scusa ai genitori.”
    4. La grande tristezza viene quel giorno per cui forse eravamo poco sereni e abbiamo trattato male una persona che invece ci vuole bene.”

    tratto da art. di Romina Cardia

  • “Dobbiamo imparare a respirare per ritrovare noi stessi e vivere meglio nello stress di un mondo che corre. rallentare è un dono che dobbiamo fare a noi stessi”.

    Questi i preziosi suggerimenti della Professoressa Daniela Lucangeli,

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    Nell’inseguire tutto e tutti rischiamo davvero di perdere noi stessi. Nel caos del trambusto quotidiano, con agende sempre piene e tutto di corsa, il cuore a volte straborda di emozioni. Quella che conduciamo è, secondo l’esperta di Neurosviluppo Daniela Lucangeli, una ‘vita in apnea’. Come quando ci dimentichiamo di respirare davvero mentre corriamo da un impegno all’altro.

    Queste parole hanno un duplice significato. L’apnea non indica solo la difficoltà di sopravvivere quotidianamente, affrontando le incombenze con fatica. L’apnea può anche diventare un modo per imparare a respirare diversamente, con ritmi più lenti, più umani, e questo porta reali benefici al corpo e alla mente. Ad esempio, fare una pausa di 5 minuti ogni mattina per respirare profondamente può cambiare l’umore e la concentrazione. Come ci ricorda Lucangeli: “La vita di questo tempo del mondo è una vita di apnea. Ha tutto quello che riguarda più i punti di difficoltà che non i punti di forza. Io sono chi legge l’apnea della vita come uno dei segnali che ci dicono che è ora di cominciare ad aiutarci tutti un po’ ”.

    In altre parole, quando ci sentiamo sopraffatti, è un segnale che dobbiamo prenderci cura di noi stessi, magari concedendoci una passeggiata o un momento di pausa.

    Secondo l’esperta occorre fare un passo indietro tutti, occorre portare i ritmi in condizioni di normalità, ritmi che non si basano sulle macchine che spesso usiamo, ma si basano sulle reali capacità dell’uomo. Includendo in questo spazio fragilità, stanchezza, attimi di vacillamento che proprio perché umani capitano a tutti.

    Dal punto di vista scientifico Lucangeli intreccia questo “nostro ritrovarci”, in un tempo del mondo più accogliente, con il concetto di profondità. A tal proposito afferma: “La profondità corpo mente ha un misterioso meccanismo di omeostasi e di riequilibrio neurobiologico”. In pratica, questo significa che praticare momenti di calma o meditazione può aiutare il corpo e la mente a mantenere equilibrio, anche quando fuori tutto corre veloce.

    L’omeostasi è la capacità di autoregolazione che mantiene stabile il nostro ambiente interno nonostante le variazioni dell’ambiente esterno.

    Daniela Lucangeli a tal proposito ci spiega che: “Il nostro connettoma è lì. È proprio in quella omeostasi che noi troviamo la migliore qualità per le condizioni di salute, corpo e mente che desideriamo tutti, io compresa”.  L’esperta con questo intervento vuole riportare l’attenzione sulla cura di noi stessi, imparare a rallentare è una competenza che dobbiamo esercitare soprattutto in un mondo che corre veloce. “Ritrovarci” è un dono che dobbiamo fare a noi stessi, ritagliarci spazi di un tempo lento è una nostra responsabilità , “per tornare a respirare”. Bastano 10 minuti al giorno per leggere, camminare o semplicemente respirare profondamente: un piccolo rituale che rigenera, aiuta a vivere meglio e ci permette di ripartire con più energia.

  • Vittorino Andreoli non è solo uno dei più grandi psichiatri italiani: è anche un uomo che, con la sua voce pacata e il suo sguardo ironico, riesce a dire verità che fanno più male di una sculacciata. Nato nel 1940, autore di decine di libri e volto noto della divulgazione culturale, Andreoli non ha mai smesso di osservare – con curiosità e una punta di disincanto – l’animo umano e, soprattutto, quello dei genitori del nuovo millennio. Perché, diciamocelo: oggi educare un figlio è diventato un lavoro a tempo pieno, con turni infiniti e un capo (il figlio) che non accetta ferie, critiche né “no”.

    Educare: non una parola, ma una vita condivisa.

    Vittorino Andreoli ci spiazza subito con una frase che dovremmo stampare.

    Educare vuol dire educare a vivere, ovvero vivere in questo tempo, ecco perché non è possibile fare i confronti con il passato e dire: ‘ai miei tempi…’.”

    Tradotto: smettiamola di dire “ai miei tempi i bambini stavano zitti”. Perché, appunto, i tuoi tempi non esistono piùEducare, per Andreoli, non è guardare indietro ma abitare il presente insieme ai propri figli, imparando con loro come si vive oggi, in un mondo diverso, più veloce, più incerto e spesso più confuso.

    Non è un discorso teorico: per lui educare non è “spiegare la vita”, ma viverla accanto a chi deve impararla.

    Educare e insegnare a vivere non è una filosofia, non sono solo dei principi che si danno, ma bisogna vivere insieme: io insegno a te a vivere in quanto vivo con te.”

    Parole che, a ben pensarci, rovesciano tutto ciò che molti genitori credono di sapere: non serve un manuale di pedagogia, serve un esempio coerente e una presenza viva.

    L’educazione come relazione, non come predica.

    Andreoli ha sempre detto che “l’educazione è una relazione”. E una relazione, si sa, non funziona se uno parla e l’altro ascolta solo per cortesia. Oggi, invece, ci siamo abituati a credere che educare significhi parlare: spiegare, convincere, minacciare, fare discorsi “seri” mentre il figlio sbuffa con gli occhi fissi sul telefono. Ma Andreoli ci mette in guardia:

    Noi pensiamo che l’educazione sia usare la parola perché il mondo occidentale è impazzito sul linguaggio verbale e non sa invece l’importanza del linguaggio del corpo, del muoversi, del seguire…

    In altre parole: meno chiacchiere, più esempi. Se vogliamo educare, dobbiamo mostrare come si vive, non solo dirlo. I bambini ci osservano più di quanto ci ascoltino, e lo fanno da sempre, con una precisione spietata.

    Il cuore della relazione: affetto, autorevolezza e coerenza

    Vittorino Andreoli non ha mai negato che l’educazione sia anche fatica e fragilità. Ma ricorda una cosa fondamentale:

    Per poter dire qualsiasi cosa o mostrare una cosa che sia credibile, devo entrare in un rapporto affettivo, perché la relazione è un sentimento e bisogna che prima di tutto si crei una relazione.”

    Non basta essere “autorevoli”, bisogna essere affettivi. E, aggiunge, l’educazione è “una relazione affettiva e nello stesso tempo autorevole, coerente e non giudicante”.

    Un equilibrio difficilissimo, ma necessario. L’amore senza regole diventa debolezza; l’autorità senza empatia, tirannia. Solo chi ama davvero può essere anche guida, e solo chi vive la relazione ogni giorno può insegnare a vivere.

    Perché la sua lezione ci serve oggi.

    Quando Andreoli ci invita a smettere di dire “ai miei tempi”, ci sta in realtà dicendo qualcosa di più profondo: il passato non è un rifugio, è una trappola. Se continuiamo a educare con schemi vecchi, in un mondo che cambia alla velocità di un aggiornamento iOS, i nostri figli resteranno indietro, e noi con loro.

    E allora la domanda è: stiamo davvero vivendo con i nostri figli o solo parlando di come si viveva una volta? Forse, come dice Andreoli, stiamo sbagliando nel credere che l’educazione sia un compito da “insegnare”, invece di un’avventura da condividere.

    Meno “lezioni”, più vita insieme

    Vittorino Andreoli ci offre una lezione disarmante nella sua semplicità: educare significa stare accanto, ascoltare, giocare, sbagliare e ricominciare insieme. In fondo, i bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori presenti. E allora, la prossima volta che ti scappa un “ai miei tempi”, pensa che i tuoi tempi sono passati. Adesso ci sono i vostri, quelli da vivere insieme, un giorno alla volta.

    Frasi di Vittorino Andreoli sull’educazione:

    1. Educare vuol dire educare a vivere, ovvero vivere in questo tempo, ecco perché non è possibile fare i confronti con il passato e dire: ‘ai miei tempi…’.”
    2. Educare e insegnare a vivere non è una filosofia, non sono solo dei principi che si danno, ma bisogna vivere insieme: io insegno a te a vivere in quanto vivo con te.
    3. L’educazione è una relazione.”
    4. Noi pensiamo che l’educazione sia usare la parola perché il mondo occidentale è impazzito sul linguaggio verbale e non sa invece l’importanza del linguaggio del corpo, del muoversi, del seguire…
    5. Per poter dire qualsiasi cosa o mostrare una cosa che sia credibile, devo entrare in un rapporto affettivo, perché la relazione è un sentimento e bisogna che prima di tutto si crei una relazione.”
    6. L’educazione consiste nella creazione di una relazione affettiva e nello stesso tempo autorevole, coerente e non giudicante.”

    tratto da articolo di Romina Cardia per “La Repubblica”

  • «Disagio e comportamenti a rischio in adolescenza», la guida per comprendere e prevenire realizzata dalle dottoresse Dalla Ragione ed Elena Munarini.

    «Volevamo la generazione più felice di sempre e abbiamo la generazione più infelice di sempre». Questa affermazione della dottoressa Laura Dalla Ragione fotografa la situazione di disagio di gran parte dei nostri adolescenti. Psichiatra e psicoterapeuta, ha fondato e dirige in Umbria la prima rete pubblica dedicata al trattamento dei Disturbi Alimentari, la dottoressa Dalla Ragione ed Elena Munarini, psicologa clinica specializzata in psicoterapia dell’adolescente all’Istituto Nazionale dei Tumori, hanno tirato fuori quello che tutti i genitori angosciati si attendono con ansia: una guida per comprendere e prevenire. Il volume «Disagio e comportamenti a rischio in adolescenza», edito da Mondatori è stato presentato a Milano in un incontro presso la sede di Nutrimente ets moderato da Sara Bertelli, psichiatra direttrice del Centro Dca dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano e Rossella Burattino, giornalista del Corriere della Sera.

    Dottoressa Dalla Ragione perché l’adolescenza vive questo lungo periodo di disagio?
    «L’adolescenza è sempre stata un grande problema, però oggi lo è più di sempre. non c’è dubbio: volevamo la generazione più felice di sempre e abbiamo la generazione più infelice di sempre. In questo momento è molto difficile crescere e diventare adulti, sicuramente più difficile di prima: è come se fosse venuto meno un sistema valoriale, una cornice protettiva. I ragazzi non hanno un mondo a cui rivolgersi, il mondo degli adulti: non lo accettano, non lo trovano, non lo intercettano. Quindi brancolano un po’ nel buio. La ricerca dell’identità per un adolescente di 13-16 anni oggi è sicuramente più difficile di prima.  Sono più esposti ai pericoli proprio perché manca un livello di protezione: la famiglia, la scuola, il mondo degli adulti».

    Come si fa a intercettare il momento in cui inizia il disagio?
    «Intanto dobbiamo immaginare che il disagio non si vede sempre. Ci immaginiamo che sia come un piatto che si rompe, che fa rumore, si vedono i cocci… ma un cuore o un’anima che si rompe,  qualcosa che si spezza dentro, purtroppo non si vede. La prima cosa, di solito, è una sorta di ritiro sociale, un silenzio, una difficoltà a stare con gli altri. Qualcosa si chiude. Di solito inizia quasi sempre così, non con qualcosa di eclatante, ma con una sofferenza sotterranea che poi, a un certo punto, esplode. All’inizio, però, è sempre qualcosa di silenzioso. Io direi che il primo sintomo importante è proprio il ritiro sociale.».

    La vostra è una guida, vi si trova il modo per replicare?
    «Questa è una guida per insegnanti e genitori, perché sono i due luoghi dove i ragazzi stanno e dove possono essere intercettati. Per prima cosa ci vuole uno sguardo: qualcuno che se ne accorga. Spesso c’è tanta disattenzione, per mille motivi anche legittimi: la famiglia e la scuola sono impegnata. Bisogna avere l’accortezza di cercare di parlare con l’adolescente e convincerlo a chiedere aiuto a qualcuno, un insegnante, un amico o un genitore. Ma bisogna convincerlo a parlare, a uscire da quell’isolamento, perché quello è il pericolo più grande: la paura e la vergogna di chiedere aiuto. La vergogna è un sentimento molto presente negli adolescenti di oggi, e dobbiamo cercare di superarla».

    E per prevenire il disagio cosa bisogna fare?
    «Per prevenirlo bisognerebbe cambiare il mondo. Cambiare il mondo in cui viviamo, perché indubbiamente viviamo in un mondo molto violento, molto aggressivo, dove viene chiesta una grande performance ai ragazzi. È vero che apparentemente i genitori e la scuola dicono “non chiediamo niente”, ma non è così: c’è una grande competizione, devono essere performanti, felici. Se trent’anni fa avesse chiesto a un genitore o a un insegnante che cosa volesse per il proprio figlio o studente, avrebbe risposto: che vada bene a scuola, che abbia un futuro, che trovi un lavoro. Oggi invece la richiesta è: purché sia felice. Il ragazzo deve essere felice, tranquillo, performante. È una richiesta molto forte e diventa l’anticamera dell’insuccesso, perché i ragazzi sentono di non riuscire a reggere una richiesta così grande.».

    Facciamo un elenco di questi comportamenti a rischio.
    «I comportamenti a rischio di cui parliamo nel libro sono tanti: dal ritiro sociale, quindi gli hikikomori, ai disturbi alimentari come anoressia e bulimia; al bullismo, fenomeno diffusissimo tra maschi e femmine; all’autolesionismo, che si è diffuso moltissimo negli ultimi cinque anni anche attraverso la Rete. Parliamo poi della dipendenza dai social, dell’abuso di alcol e delle nuove droghe. Sono temi molto importanti, perché tra i giovanissimi l’abuso di alcol è aumentato, e oggi esistono nuove droghe che fino a cinque o sei anni fa non c’erano».

    Una cosa che devono fare i genitori che si accorgono di questo ritiro sociale?
    «Devono intercettare quella solitudine e cercare, con molta prudenza e cautela, di andare incontro al ragazzo o alla ragazza, ma senza invadere, senza giudicare, senza pretendere. Devono esserci, essere presenti, ascoltarli».

    Li tranquillizziamo anche dicendo che l’adolescenza a un certo momento finisce?
    «Sì, certo, li tranquillizziamo, perché l’adolescenza, per fortuna, a un certo punto finisce. I ragazzi diventano grandi, ma dobbiamo aiutarli più di prima. Intanto, è più lunga: comincia prima – già a 11 o 12 anni parliamo di preadolescenza – e finisce intorno ai 20, 21 anni. Quindi è molto più lunga di prima, ma, biograficamente e anagraficamente, a un certo punto finisce».

    tratto da articolo di Nino Luca per “Corriere TV”

  •  primi sintomi di un disturbo della salute mentale si manifestano spesso in età adolescenziale, ma sono sottovalutati e raramente riconosciuti in tempo.

    Come stanno i giovani? Perché gli adulti hanno difficoltà a capire i loro bisogni? Come aprire un canale di comunicazione e di fiducia? Se ne è parlato a «Il Tempo della Salute», nella giornata dedicata a Figli&Genitori, con Valentina Di Mattei, professoressa all’Università Vita Salute San Raffaele e presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, Cristina Migliorero, responsabile nazionale «Prevenzione nelle scuole» di Fondazione Progetto Itaca, Nicola Migone, co-fondatore di Paranoia Festival, e Klaus, musicista e content creator. Progetto Itaca ha attivato nel 2002 «Prevenzione nelle scuole», un’iniziativa pensata per portare consapevolezza e informazione nelle scuole secondarie di secondo grado e offrire ai ragazzi strumenti utili per preservare il loro benessere psicologico.

    Nel 2024-25 il progetto ha coinvolto 15 mila studenti di 135 scuole in tutta Italia, con il supporto di 110 volontari di Itaca e 114 professionisti nel campo della salute mentale. Gli obiettivi: fornire strumenti per riconoscere i segnali di un disturbo e distinguerli dai fisiologici «alti e bassi» legati all’adolescenza; informare in maniera scientifica sui principali disturbi mentali e i fattori che influenzano il nostro benessere; sottolineare l’importanza di chiedere aiuto e ricevere un supporto tempestivo; fornire suggerimenti su cosa fare e a chi rivolgersi in caso di difficoltà; combattere lo stigma e i timori legati ai disturbi mentali. L’incremento del disagio tra le generazioni più giovani emerge chiaramente da recenti dati Istat ed è dovuto, tra l’altro, all’impatto dell’isolamento sociale, alla riduzione del confronto diretto con i propri coetanei e all’incremento dell’attività online. I primi sintomi di un disturbo della salute mentale si manifestano spesso in età adolescenziale, ma sono sottovalutati e raramente riconosciuti in tempo.

    I giovani chiedono di avere spazi di confronto e ascolto, senza il peso dei giudizi. Anche per questo è nato Paranoia Festival, piattaforma culturale inaugurata a Milano nel 2023 per «spostare il baricentro del discorso sulla salute mentale dalla patologia alla possibilità». Lo spiega il Manifesto del Festival: «Chiedeteci come stiamo: confusi, disorientati, affacciati da pochi anni su un pianeta in fiamme e con una data di scadenza, già all’angolo, già inquinati, già vittime e prede, chiamati a mostrarci felici e vincenti, schiacciati tra ruoli che non ci corrispondono, gabbie per le nostre identità mutanti». Nel corso dell’incontro si parla anche di iniziative istituzionali volte a sostenere la salute mentale dei giovani, come lo psicologo a scuola e la proposta di legge «Diritto a stare bene», il cui scopo chiedere «un servizio pubblico e gratuito per prevenire il disagio dove inizia e curarlo».

    articolo di Laura Cuppini per “Il Corriere della Sera”

  • “Ai ragazzi serve una guida, non un amico, che sappia dare il giusto esempio nell’era del disorientamento”.

    Essere genitori è una scelta che implica una grande responsabilità e generare un figlio non basta per poter essere degni di questo nome , ma sarà necessario molto impegno.

    Nella società odierna assistiamo ad un vero e proprio sovvertimento di ruoli e funzioni: i genitori, estremamente accondiscendenti e servizievoli nei confronti dei figli, pare abbiano perso la loro originaria autorevolezza, incidendo negativamente nel loro percorso formativo e di crescita.

    A tal fine il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti ha così espressamente dichiarato: “I genitori fanno gli amici dei figli perché ne hanno timore, ma ai ragazzi serve una guida, non un amico. Un adolescente non vi dirà mai bravo, ti voglio bene, ma imparerà dall’esempio che gli date, dovete essere un modello per i vostri figli”.

    Dunque i genitori, in qualità di educatori, devono smettere di essere “amici” dei loro figli ma anzi devono fungere da esempio, trasformandosi in modelli da emulare, punti di riferimento sui quali poter sempre contare.

    Trovare il giusto equilibrio tra complicità ed autorevolezza non è sicuramente cosa da poco ma solo in tal modo la relazione genitoriale potrà instaurarsi congruamente e correttamente.

    A tal proposito lo psicoanalista Umberto Galimberti coglie l’occasione per esprimere un con grande forza e determinazione un concetto pregno di significato: “Essere genitori significa crescere dei figli, non semplicemente metterli al mondo”. Bisognerà, pertanto, amarli, seguirli, ascoltarli, prendersene cura lungo il cammino della vita così da esserci ad ogni inciampo, supportarli nei momenti più difficili e scegliere di restare anche quando sarebbe più semplice fuggir via.

    Ecco allora l’importanza di comprendere fino in fondo come essere genitori non significhi semplicemente mettere al mondo un figlio ma piuttosto esserci senza riserve, dedicando amore puro ed incondizionato a chi proteggiamo senza timore, a chi rimarrà nel nostro cuore per tutta la vita.

  • Il caso di Via Mariti da portare a scuola. I genitori? Troppo distratti…

    Secondo lo psichiatra, manca l’autorevolezza, non c’è rete sociale intorno ai giovani.

    Che messaggio è aspettare i figli in auto sino alle 3 sperando che non tardino?

    Firenze, 13 maggio 2025 – Ricostruire una rete sociale oggi inesistente, far capire la gravità del gesto discutendone a scuola, investire come Paese sull’educazione. Perché per lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet il gesto dei ragazzini denunciati per essere saliti sulla gru del cantiere Esselunga di via Mariti non è colpa dei social, ma soprattutto della “distrazione” dei genitori di oggi, quella sì frutto di un utilizzo sbagliato della Rete.

    Una bravata senza rispetto nemmeno per una tragedia come quella di via Mariti. Perché?

    “Anche io e lei l’avremmo fatta se avessimo avuto dei genitori distratti. Questi ragazzini, una volta tornati a casa, non so a che ora, che cosa hanno trovato? Forse qualcuno che ha fatto tardi sui social. Non ci siamo più come persone, abbiamo altri interessi, mentre una volta ci sarebbero stati i nonni, gli zii, l’allenatore di calcio. Una volta esisteva un firmamento di persone adulte che avevano nei confronti dell’infanzia un ruolo utile. Adesso tutto questo non c’è più, quindi tutto è possibile. Non è colpa dei social, ma è nostra”.

    In cosa sbagliamo?

    “Sui social si potrebbe anche cercare Carducci, mica è proibito. Si possono usare anche in maniera virtuosa. Il nulla cosmico dei social esiste perché l’abbiamo voluto, ci è garbato come direste in Toscana”.

    Cosa si può fare secondo lei?

    “Tornare indietro è molto complicato. Bisognerebbe recuperare l’autorità perduta di certe figure, perché l’autorità è autorevolezza e questa oggi è certamente compromessa, non c’è dubbio. Spero che i genitori di questi ragazzini abbiano preso provvedimenti, perché non sapere che fare o cosa dire di fronte ad un caso del genere sarebbe un fallimento. Per la mia esperienza, però, credo che sia stato fatto qualcosa di debole e fragile”.

    Perché la rete sociale intorno ai ragazzini non funziona più?

    “Perché non c’è, adesso non esiste un luogo dove si discute di educazione. Se ne parla solo quando c’è la cronaca, ma è penoso che ci siano genitori che di notte aspettano in auto i loro figli sperando che facciano le tre invece che le cinque. Che messaggio è?”.

    Perché non si rispetta nemmeno più la morte entrando in un cantiere dove hanno perso la vita cinque persone?

    “Se è così facile dare una coltellata durante una serata di movida, il resto viene ricatalogato come sciocchezza. Il problema è che pensiamo che a 13 anni i ragazzini siano già adolescenti, ma se in passato a 13 anni era giusto vivere una vita regolamentata, perché non dovrebbe essere così anche ora? Non è che nel frattempo il cervello si è evoluto. Di Adolescence hanno parlato tutti, ma nessuno ha guardato il titolo: Adolescenza, appunto, e il protagonista è un tredicenne. Se l’adolescenza parte a 13 anni qualcuno finisca i conti”.

    Quale ruolo può avere la scuola?

    “Mi piacerebbe che episodi come questo di via Mariti fossero discussi in classe. Vorrei leggere i pensieri dei ragazzi, che magari ci sorprenderebbero. Portare il caso in aula servirebbe a far capire loro la gravità della situazione. Io da padre ringrazierei i professori”.

    I genitori meno ’distratti’ cosa possono fare?

    “Non basta arrabbiarsi, servono provvedimenti. Ad esempio impedire le uscite per un periodo. Bisogna però ragionare da Stato. Se la Francia ha vietato l’uso dei telefonini a scuola fino alla terza media vuol dire che ci sono risultati concreti. Hanno visto che i ragazzi a ragionare insieme crescevano più entusiasti e intelligenti e non c’è dubbio che sia così. Uno Stato ha il dovere di prenderne atto e agire. Noi invece abbiamo paura dei giovani e non mettiamo più una regola”.