• Vittorino Andreoli non è solo uno dei più grandi psichiatri italiani: è anche un uomo che, con la sua voce pacata e il suo sguardo ironico, riesce a dire verità che fanno più male di una sculacciata. Nato nel 1940, autore di decine di libri e volto noto della divulgazione culturale, Andreoli non ha mai smesso di osservare – con curiosità e una punta di disincanto – l’animo umano e, soprattutto, quello dei genitori del nuovo millennio. Perché, diciamocelo: oggi educare un figlio è diventato un lavoro a tempo pieno, con turni infiniti e un capo (il figlio) che non accetta ferie, critiche né “no”.

    Educare: non una parola, ma una vita condivisa.

    Vittorino Andreoli ci spiazza subito con una frase che dovremmo stampare.

    Educare vuol dire educare a vivere, ovvero vivere in questo tempo, ecco perché non è possibile fare i confronti con il passato e dire: ‘ai miei tempi…’.”

    Tradotto: smettiamola di dire “ai miei tempi i bambini stavano zitti”. Perché, appunto, i tuoi tempi non esistono piùEducare, per Andreoli, non è guardare indietro ma abitare il presente insieme ai propri figli, imparando con loro come si vive oggi, in un mondo diverso, più veloce, più incerto e spesso più confuso.

    Non è un discorso teorico: per lui educare non è “spiegare la vita”, ma viverla accanto a chi deve impararla.

    Educare e insegnare a vivere non è una filosofia, non sono solo dei principi che si danno, ma bisogna vivere insieme: io insegno a te a vivere in quanto vivo con te.”

    Parole che, a ben pensarci, rovesciano tutto ciò che molti genitori credono di sapere: non serve un manuale di pedagogia, serve un esempio coerente e una presenza viva.

    L’educazione come relazione, non come predica.

    Andreoli ha sempre detto che “l’educazione è una relazione”. E una relazione, si sa, non funziona se uno parla e l’altro ascolta solo per cortesia. Oggi, invece, ci siamo abituati a credere che educare significhi parlare: spiegare, convincere, minacciare, fare discorsi “seri” mentre il figlio sbuffa con gli occhi fissi sul telefono. Ma Andreoli ci mette in guardia:

    Noi pensiamo che l’educazione sia usare la parola perché il mondo occidentale è impazzito sul linguaggio verbale e non sa invece l’importanza del linguaggio del corpo, del muoversi, del seguire…

    In altre parole: meno chiacchiere, più esempi. Se vogliamo educare, dobbiamo mostrare come si vive, non solo dirlo. I bambini ci osservano più di quanto ci ascoltino, e lo fanno da sempre, con una precisione spietata.

    Il cuore della relazione: affetto, autorevolezza e coerenza

    Vittorino Andreoli non ha mai negato che l’educazione sia anche fatica e fragilità. Ma ricorda una cosa fondamentale:

    Per poter dire qualsiasi cosa o mostrare una cosa che sia credibile, devo entrare in un rapporto affettivo, perché la relazione è un sentimento e bisogna che prima di tutto si crei una relazione.”

    Non basta essere “autorevoli”, bisogna essere affettivi. E, aggiunge, l’educazione è “una relazione affettiva e nello stesso tempo autorevole, coerente e non giudicante”.

    Un equilibrio difficilissimo, ma necessario. L’amore senza regole diventa debolezza; l’autorità senza empatia, tirannia. Solo chi ama davvero può essere anche guida, e solo chi vive la relazione ogni giorno può insegnare a vivere.

    Perché la sua lezione ci serve oggi.

    Quando Andreoli ci invita a smettere di dire “ai miei tempi”, ci sta in realtà dicendo qualcosa di più profondo: il passato non è un rifugio, è una trappola. Se continuiamo a educare con schemi vecchi, in un mondo che cambia alla velocità di un aggiornamento iOS, i nostri figli resteranno indietro, e noi con loro.

    E allora la domanda è: stiamo davvero vivendo con i nostri figli o solo parlando di come si viveva una volta? Forse, come dice Andreoli, stiamo sbagliando nel credere che l’educazione sia un compito da “insegnare”, invece di un’avventura da condividere.

    Meno “lezioni”, più vita insieme

    Vittorino Andreoli ci offre una lezione disarmante nella sua semplicità: educare significa stare accanto, ascoltare, giocare, sbagliare e ricominciare insieme. In fondo, i bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori presenti. E allora, la prossima volta che ti scappa un “ai miei tempi”, pensa che i tuoi tempi sono passati. Adesso ci sono i vostri, quelli da vivere insieme, un giorno alla volta.

    Frasi di Vittorino Andreoli sull’educazione:

    1. Educare vuol dire educare a vivere, ovvero vivere in questo tempo, ecco perché non è possibile fare i confronti con il passato e dire: ‘ai miei tempi…’.”
    2. Educare e insegnare a vivere non è una filosofia, non sono solo dei principi che si danno, ma bisogna vivere insieme: io insegno a te a vivere in quanto vivo con te.
    3. L’educazione è una relazione.”
    4. Noi pensiamo che l’educazione sia usare la parola perché il mondo occidentale è impazzito sul linguaggio verbale e non sa invece l’importanza del linguaggio del corpo, del muoversi, del seguire…
    5. Per poter dire qualsiasi cosa o mostrare una cosa che sia credibile, devo entrare in un rapporto affettivo, perché la relazione è un sentimento e bisogna che prima di tutto si crei una relazione.”
    6. L’educazione consiste nella creazione di una relazione affettiva e nello stesso tempo autorevole, coerente e non giudicante.”

    tratto da articolo di Romina Cardia per “La Repubblica”

  • «Disagio e comportamenti a rischio in adolescenza», la guida per comprendere e prevenire realizzata dalle dottoresse Dalla Ragione ed Elena Munarini.

    «Volevamo la generazione più felice di sempre e abbiamo la generazione più infelice di sempre». Questa affermazione della dottoressa Laura Dalla Ragione fotografa la situazione di disagio di gran parte dei nostri adolescenti. Psichiatra e psicoterapeuta, ha fondato e dirige in Umbria la prima rete pubblica dedicata al trattamento dei Disturbi Alimentari, la dottoressa Dalla Ragione ed Elena Munarini, psicologa clinica specializzata in psicoterapia dell’adolescente all’Istituto Nazionale dei Tumori, hanno tirato fuori quello che tutti i genitori angosciati si attendono con ansia: una guida per comprendere e prevenire. Il volume «Disagio e comportamenti a rischio in adolescenza», edito da Mondatori è stato presentato a Milano in un incontro presso la sede di Nutrimente ets moderato da Sara Bertelli, psichiatra direttrice del Centro Dca dell’Asst Santi Paolo e Carlo di Milano e Rossella Burattino, giornalista del Corriere della Sera.

    Dottoressa Dalla Ragione perché l’adolescenza vive questo lungo periodo di disagio?
    «L’adolescenza è sempre stata un grande problema, però oggi lo è più di sempre. non c’è dubbio: volevamo la generazione più felice di sempre e abbiamo la generazione più infelice di sempre. In questo momento è molto difficile crescere e diventare adulti, sicuramente più difficile di prima: è come se fosse venuto meno un sistema valoriale, una cornice protettiva. I ragazzi non hanno un mondo a cui rivolgersi, il mondo degli adulti: non lo accettano, non lo trovano, non lo intercettano. Quindi brancolano un po’ nel buio. La ricerca dell’identità per un adolescente di 13-16 anni oggi è sicuramente più difficile di prima.  Sono più esposti ai pericoli proprio perché manca un livello di protezione: la famiglia, la scuola, il mondo degli adulti».

    Come si fa a intercettare il momento in cui inizia il disagio?
    «Intanto dobbiamo immaginare che il disagio non si vede sempre. Ci immaginiamo che sia come un piatto che si rompe, che fa rumore, si vedono i cocci… ma un cuore o un’anima che si rompe,  qualcosa che si spezza dentro, purtroppo non si vede. La prima cosa, di solito, è una sorta di ritiro sociale, un silenzio, una difficoltà a stare con gli altri. Qualcosa si chiude. Di solito inizia quasi sempre così, non con qualcosa di eclatante, ma con una sofferenza sotterranea che poi, a un certo punto, esplode. All’inizio, però, è sempre qualcosa di silenzioso. Io direi che il primo sintomo importante è proprio il ritiro sociale.».

    La vostra è una guida, vi si trova il modo per replicare?
    «Questa è una guida per insegnanti e genitori, perché sono i due luoghi dove i ragazzi stanno e dove possono essere intercettati. Per prima cosa ci vuole uno sguardo: qualcuno che se ne accorga. Spesso c’è tanta disattenzione, per mille motivi anche legittimi: la famiglia e la scuola sono impegnata. Bisogna avere l’accortezza di cercare di parlare con l’adolescente e convincerlo a chiedere aiuto a qualcuno, un insegnante, un amico o un genitore. Ma bisogna convincerlo a parlare, a uscire da quell’isolamento, perché quello è il pericolo più grande: la paura e la vergogna di chiedere aiuto. La vergogna è un sentimento molto presente negli adolescenti di oggi, e dobbiamo cercare di superarla».

    E per prevenire il disagio cosa bisogna fare?
    «Per prevenirlo bisognerebbe cambiare il mondo. Cambiare il mondo in cui viviamo, perché indubbiamente viviamo in un mondo molto violento, molto aggressivo, dove viene chiesta una grande performance ai ragazzi. È vero che apparentemente i genitori e la scuola dicono “non chiediamo niente”, ma non è così: c’è una grande competizione, devono essere performanti, felici. Se trent’anni fa avesse chiesto a un genitore o a un insegnante che cosa volesse per il proprio figlio o studente, avrebbe risposto: che vada bene a scuola, che abbia un futuro, che trovi un lavoro. Oggi invece la richiesta è: purché sia felice. Il ragazzo deve essere felice, tranquillo, performante. È una richiesta molto forte e diventa l’anticamera dell’insuccesso, perché i ragazzi sentono di non riuscire a reggere una richiesta così grande.».

    Facciamo un elenco di questi comportamenti a rischio.
    «I comportamenti a rischio di cui parliamo nel libro sono tanti: dal ritiro sociale, quindi gli hikikomori, ai disturbi alimentari come anoressia e bulimia; al bullismo, fenomeno diffusissimo tra maschi e femmine; all’autolesionismo, che si è diffuso moltissimo negli ultimi cinque anni anche attraverso la Rete. Parliamo poi della dipendenza dai social, dell’abuso di alcol e delle nuove droghe. Sono temi molto importanti, perché tra i giovanissimi l’abuso di alcol è aumentato, e oggi esistono nuove droghe che fino a cinque o sei anni fa non c’erano».

    Una cosa che devono fare i genitori che si accorgono di questo ritiro sociale?
    «Devono intercettare quella solitudine e cercare, con molta prudenza e cautela, di andare incontro al ragazzo o alla ragazza, ma senza invadere, senza giudicare, senza pretendere. Devono esserci, essere presenti, ascoltarli».

    Li tranquillizziamo anche dicendo che l’adolescenza a un certo momento finisce?
    «Sì, certo, li tranquillizziamo, perché l’adolescenza, per fortuna, a un certo punto finisce. I ragazzi diventano grandi, ma dobbiamo aiutarli più di prima. Intanto, è più lunga: comincia prima – già a 11 o 12 anni parliamo di preadolescenza – e finisce intorno ai 20, 21 anni. Quindi è molto più lunga di prima, ma, biograficamente e anagraficamente, a un certo punto finisce».

    tratto da articolo di Nino Luca per “Corriere TV”

  •  primi sintomi di un disturbo della salute mentale si manifestano spesso in età adolescenziale, ma sono sottovalutati e raramente riconosciuti in tempo.

    Come stanno i giovani? Perché gli adulti hanno difficoltà a capire i loro bisogni? Come aprire un canale di comunicazione e di fiducia? Se ne è parlato a «Il Tempo della Salute», nella giornata dedicata a Figli&Genitori, con Valentina Di Mattei, professoressa all’Università Vita Salute San Raffaele e presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, Cristina Migliorero, responsabile nazionale «Prevenzione nelle scuole» di Fondazione Progetto Itaca, Nicola Migone, co-fondatore di Paranoia Festival, e Klaus, musicista e content creator. Progetto Itaca ha attivato nel 2002 «Prevenzione nelle scuole», un’iniziativa pensata per portare consapevolezza e informazione nelle scuole secondarie di secondo grado e offrire ai ragazzi strumenti utili per preservare il loro benessere psicologico.

    Nel 2024-25 il progetto ha coinvolto 15 mila studenti di 135 scuole in tutta Italia, con il supporto di 110 volontari di Itaca e 114 professionisti nel campo della salute mentale. Gli obiettivi: fornire strumenti per riconoscere i segnali di un disturbo e distinguerli dai fisiologici «alti e bassi» legati all’adolescenza; informare in maniera scientifica sui principali disturbi mentali e i fattori che influenzano il nostro benessere; sottolineare l’importanza di chiedere aiuto e ricevere un supporto tempestivo; fornire suggerimenti su cosa fare e a chi rivolgersi in caso di difficoltà; combattere lo stigma e i timori legati ai disturbi mentali. L’incremento del disagio tra le generazioni più giovani emerge chiaramente da recenti dati Istat ed è dovuto, tra l’altro, all’impatto dell’isolamento sociale, alla riduzione del confronto diretto con i propri coetanei e all’incremento dell’attività online. I primi sintomi di un disturbo della salute mentale si manifestano spesso in età adolescenziale, ma sono sottovalutati e raramente riconosciuti in tempo.

    I giovani chiedono di avere spazi di confronto e ascolto, senza il peso dei giudizi. Anche per questo è nato Paranoia Festival, piattaforma culturale inaugurata a Milano nel 2023 per «spostare il baricentro del discorso sulla salute mentale dalla patologia alla possibilità». Lo spiega il Manifesto del Festival: «Chiedeteci come stiamo: confusi, disorientati, affacciati da pochi anni su un pianeta in fiamme e con una data di scadenza, già all’angolo, già inquinati, già vittime e prede, chiamati a mostrarci felici e vincenti, schiacciati tra ruoli che non ci corrispondono, gabbie per le nostre identità mutanti». Nel corso dell’incontro si parla anche di iniziative istituzionali volte a sostenere la salute mentale dei giovani, come lo psicologo a scuola e la proposta di legge «Diritto a stare bene», il cui scopo chiedere «un servizio pubblico e gratuito per prevenire il disagio dove inizia e curarlo».

    articolo di Laura Cuppini per “Il Corriere della Sera”

  • “Ai ragazzi serve una guida, non un amico, che sappia dare il giusto esempio nell’era del disorientamento”.

    Essere genitori è una scelta che implica una grande responsabilità e generare un figlio non basta per poter essere degni di questo nome , ma sarà necessario molto impegno.

    Nella società odierna assistiamo ad un vero e proprio sovvertimento di ruoli e funzioni: i genitori, estremamente accondiscendenti e servizievoli nei confronti dei figli, pare abbiano perso la loro originaria autorevolezza, incidendo negativamente nel loro percorso formativo e di crescita.

    A tal fine il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti ha così espressamente dichiarato: “I genitori fanno gli amici dei figli perché ne hanno timore, ma ai ragazzi serve una guida, non un amico. Un adolescente non vi dirà mai bravo, ti voglio bene, ma imparerà dall’esempio che gli date, dovete essere un modello per i vostri figli”.

    Dunque i genitori, in qualità di educatori, devono smettere di essere “amici” dei loro figli ma anzi devono fungere da esempio, trasformandosi in modelli da emulare, punti di riferimento sui quali poter sempre contare.

    Trovare il giusto equilibrio tra complicità ed autorevolezza non è sicuramente cosa da poco ma solo in tal modo la relazione genitoriale potrà instaurarsi congruamente e correttamente.

    A tal proposito lo psicoanalista Umberto Galimberti coglie l’occasione per esprimere un con grande forza e determinazione un concetto pregno di significato: “Essere genitori significa crescere dei figli, non semplicemente metterli al mondo”. Bisognerà, pertanto, amarli, seguirli, ascoltarli, prendersene cura lungo il cammino della vita così da esserci ad ogni inciampo, supportarli nei momenti più difficili e scegliere di restare anche quando sarebbe più semplice fuggir via.

    Ecco allora l’importanza di comprendere fino in fondo come essere genitori non significhi semplicemente mettere al mondo un figlio ma piuttosto esserci senza riserve, dedicando amore puro ed incondizionato a chi proteggiamo senza timore, a chi rimarrà nel nostro cuore per tutta la vita.

  • Il caso di Via Mariti da portare a scuola. I genitori? Troppo distratti…

    Secondo lo psichiatra, manca l’autorevolezza, non c’è rete sociale intorno ai giovani.

    Che messaggio è aspettare i figli in auto sino alle 3 sperando che non tardino?

    Firenze, 13 maggio 2025 – Ricostruire una rete sociale oggi inesistente, far capire la gravità del gesto discutendone a scuola, investire come Paese sull’educazione. Perché per lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet il gesto dei ragazzini denunciati per essere saliti sulla gru del cantiere Esselunga di via Mariti non è colpa dei social, ma soprattutto della “distrazione” dei genitori di oggi, quella sì frutto di un utilizzo sbagliato della Rete.

    Una bravata senza rispetto nemmeno per una tragedia come quella di via Mariti. Perché?

    “Anche io e lei l’avremmo fatta se avessimo avuto dei genitori distratti. Questi ragazzini, una volta tornati a casa, non so a che ora, che cosa hanno trovato? Forse qualcuno che ha fatto tardi sui social. Non ci siamo più come persone, abbiamo altri interessi, mentre una volta ci sarebbero stati i nonni, gli zii, l’allenatore di calcio. Una volta esisteva un firmamento di persone adulte che avevano nei confronti dell’infanzia un ruolo utile. Adesso tutto questo non c’è più, quindi tutto è possibile. Non è colpa dei social, ma è nostra”.

    In cosa sbagliamo?

    “Sui social si potrebbe anche cercare Carducci, mica è proibito. Si possono usare anche in maniera virtuosa. Il nulla cosmico dei social esiste perché l’abbiamo voluto, ci è garbato come direste in Toscana”.

    Cosa si può fare secondo lei?

    “Tornare indietro è molto complicato. Bisognerebbe recuperare l’autorità perduta di certe figure, perché l’autorità è autorevolezza e questa oggi è certamente compromessa, non c’è dubbio. Spero che i genitori di questi ragazzini abbiano preso provvedimenti, perché non sapere che fare o cosa dire di fronte ad un caso del genere sarebbe un fallimento. Per la mia esperienza, però, credo che sia stato fatto qualcosa di debole e fragile”.

    Perché la rete sociale intorno ai ragazzini non funziona più?

    “Perché non c’è, adesso non esiste un luogo dove si discute di educazione. Se ne parla solo quando c’è la cronaca, ma è penoso che ci siano genitori che di notte aspettano in auto i loro figli sperando che facciano le tre invece che le cinque. Che messaggio è?”.

    Perché non si rispetta nemmeno più la morte entrando in un cantiere dove hanno perso la vita cinque persone?

    “Se è così facile dare una coltellata durante una serata di movida, il resto viene ricatalogato come sciocchezza. Il problema è che pensiamo che a 13 anni i ragazzini siano già adolescenti, ma se in passato a 13 anni era giusto vivere una vita regolamentata, perché non dovrebbe essere così anche ora? Non è che nel frattempo il cervello si è evoluto. Di Adolescence hanno parlato tutti, ma nessuno ha guardato il titolo: Adolescenza, appunto, e il protagonista è un tredicenne. Se l’adolescenza parte a 13 anni qualcuno finisca i conti”.

    Quale ruolo può avere la scuola?

    “Mi piacerebbe che episodi come questo di via Mariti fossero discussi in classe. Vorrei leggere i pensieri dei ragazzi, che magari ci sorprenderebbero. Portare il caso in aula servirebbe a far capire loro la gravità della situazione. Io da padre ringrazierei i professori”.

    I genitori meno ’distratti’ cosa possono fare?

    “Non basta arrabbiarsi, servono provvedimenti. Ad esempio impedire le uscite per un periodo. Bisogna però ragionare da Stato. Se la Francia ha vietato l’uso dei telefonini a scuola fino alla terza media vuol dire che ci sono risultati concreti. Hanno visto che i ragazzi a ragionare insieme crescevano più entusiasti e intelligenti e non c’è dubbio che sia così. Uno Stato ha il dovere di prenderne atto e agire. Noi invece abbiamo paura dei giovani e non mettiamo più una regola”.

  • Le persone con tendenza a bullismo, violenza e piccoli crimini hanno il cervello più piccolo. Ma vale solo per gli adulti: nei giovani il comportamento antisociale sarebbe reversibile.

    Bullismo: è (anche) una questione di misure del cervello

    Secondo un recente studio i bulli hanno il cervello più piccolo della media. Pixabay

    Le dimensioni contano: soprattutto quelle del cervello. Un recente studio condotto presso lo University College di Londra evidenzia infatti come il cervello di chi compie atti di bullismo sia più piccolo rispetto a quello delle persone con comportamenti sociali non deviati.

    Senza freni. Secondo Christina Carlisi, una delle ricercatrici che ha partecipato allo studio, il cervello delle persone con comportamenti antisociali consolidati ha particolarità strutturali che impediscono la formazione di alcuni freni inibitori deputati a bloccare la voglia di usare violenza e sopraffazione.

    La ricerca è stata pubblicata sull’ultimo numero dell’autorevole rivista Lancet Psychiatry.

    ComportamentoBullismo: 7 cose che (forse) non sai

    Trova le differenze. Gli scienziati hanno sottoposto a risonanza magnetica per immagini il cervello di 652 volontari. Hanno scoperto che il cervello degli individui con tendenza a bullismo, violenza, piccoli crimini, abbandono scolastico o scarso rendimento sul lavoro era fisicamente diverso da quello degli altri partecipanti allo studio.

    La corteccia cerebrale dei bulli è risultata più sottile rispetto a quella dei soggetti considerati socialmente “normali” e, in generale, la superficie del loro cervello è risultata mediamente meno estesa.

    Insomma, il cervello dei bulli sembra essere più piccolo rispetto a quello delle altre persone.

    Salvi i più giovani. Questa evidenza vale però solo per gli adulti: negli adolescenti non si è registrata alcuna differenza tra il cervello dei bulli e quello degli altri individui.

    Quasta sembrerebbe una buona notizia: anche se serviranno ulteriori conferme, gli scienziati ipotizzano che nei più giovani il comportamento antisociale sia reversibile, e non legato a cause fisiologiche.

    Le dimensioni contano: soprattutto quelle del cervello. Un recente studio condotto presso lo University College di Londra evidenzia infatti come il cervello di chi compie atti di bullismo sia più piccolo rispetto a quello delle persone con comportamenti sociali non deviati.

    Senza freni. Secondo Christina Carlisi, una delle ricercatrici che ha partecipato allo studio, il cervello delle persone con comportamenti antisociali consolidati ha particolarità strutturali che impediscono la formazione di alcuni freni inibitori deputati a bloccare la voglia di usare violenza e sopraffazione.

    La ricerca è stata pubblicata sull’ultimo numero dell’autorevole rivista Lancet Psychiatry.

    Trova le differenze. Gli scienziati hanno sottoposto a risonanza magnetica per immagini il cervello di 652 volontari. Hanno scoperto che il cervello degli individui con tendenza a bullismo, violenza, piccoli crimini, abbandono scolastico o scarso rendimento sul lavoro era fisicamente diverso da quello degli altri partecipanti allo studio.

    La corteccia cerebrale dei bulli è risultata più sottile rispetto a quella dei soggetti considerati socialmente “normali” e, in generale, la superficie del loro cervello è risultata mediamente meno estesa.

    Insomma, il cervello dei bulli sembra essere più piccolo rispetto a quello delle altre persone.

    Salvi i più giovani. Questa evidenza vale però solo per gli adulti: negli adolescenti non si è registrata alcuna differenza tra il cervello dei bulli e quello degli altri individui.

    Quasta sembrerebbe una buona notizia: anche se serviranno ulteriori conferme, gli scienziati ipotizzano che nei più giovani il comportamento antisociale sia reversibile, e non legato a cause fisiologiche.

    Articolo di Rebecca Mantovani per “Focus”, 8 marzo 2020

  • Una strada fatta di desiderio, valori e affermazione della propria personalità.

    “Ogni figlio è tenuto a riscrivere in modo singolare la sua provenienza…in questo esso si costituisce come un vero erede. L’eredità non consiste nell’acquisire passivamente beni o geni, ma…”

    Il legame tra genitori e figli rappresenta un vincolo indissolubile, il principio da cui ha origine l’esistenza di ciascuno di noi e che plasma tutta la nostra vita. Ed invero, noi esistiamo proprio perché la vita ci viene donata dai nostri genitori. Sin dal primo momento in cui apriamo gli occhi riusciamo a percepire una particolare sintonia tra noi ed i nostri genitori che nessuna forza è in grado di recidere.

    Su tale legame pone la sua attenzione lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati, sottolineando come sia impossibile non avere avuto dei genitori e non essere stati figli.

    In particolare, secondo Recalcati “la condizione del figlio coincide con la condizione della vita umana in quanto tale…questo significa che nessuno può farsi da sé, nessuno può autogenerarsi, nessuno è la causa di se stesso”.

    I figli, dunque, rappresentano il frutto e la sostanza dei genitori e ciò crea un vincolo di dipendenza rispetto agli stessi. Infatti, sempre secondo il noto saggista “la condizione del figlio segnala la nostra dipendenza dall’altro, l’impossibilità dell’autoformazione. Ogni figlio ha, infatti, una provenienza che non può governare, della quale non può essere padrone”. 

    Da ciò deriva che i luoghi in cui ci troviamo a vivere, la nostra razza, la classe sociale, la lingua sono “imposti strutturalmente dall’altro“. I figli non possono decidere sulla propria origine né sulla provenienza e da ciò discende la qualifica rivestita da ogni figlio: quella dell’erede.

    Ma occorre prestare particolare attenzione sul significato da attribuire alla parola eredità poiché essa non è da intendere solo in un senso esclusivamente venale e materiale bensì quale lascito del sentimento stesso del desiderio. Il desiderio, infatti, è il primo marchio che caratterizza la condizione dei figli. Tuttavia, è di fondamentale importanza che i figli riescano a formare ed affermare la propria personalità facendo tesoro dell’eredità dei genitori, trovando la propria strada sulla base dei valori e degli insegnamenti impartiti ma conservando sempre la propria originalità. Secondo Massimo Recalcati “si tratta davvero di fare come fa il poeta che lavora sulle parole che trova già costituite nel codice del linguaggio e che però trasfigura rendendole nuove”.

    Occorre, dunque, reinterpretarsi, evolversi, crescere, affermarsi, sempre tenendo presente il proprio bagaglio familiare e genitoriale.

    “Ogni figlio è tenuto a riscrivere in modo singolare la sua provenienza…in questo esso si costituisce come un vero erede. L’eredità non consiste nell’acquisire passivamente beni o geni, ma in un movimento in avanti, aperto sull’avvenire”.

    I figli sono chiamati a proiettarsi verso il futuro plasmando personalmente la propria esistenza, rendendosi attori della stessa anziché meri spettatori passivi. Ogni figlio deve, in tal modo, essere in grado di plasmare e trovare il proprio “desiderio singolare”.

    A tal fine Recalcati sostiene che “nel tempo della loro giovinezza i figli hanno pieno diritto a essere lasciati andare via”. Ciò sottolinea proprio il concetto di indipendenza e di realizzazione dei figli, a cui ogni genitore aspira. Da un lato, dunque, il genitore subisce una perdita, dall’altro sperimenta la gioia poiché da tale distacco deriva la realizzazione del figlio. È questa la sublimazione della forma più elevata di amore.

    Dunque il dono che un genitore può fare ad un figlio “non è solo quello dell’accoglienza e della cura – nella sua prima infanzia – ma anche quello dell’abbandono e della distanza. Sostenere lo sforzo di poesia del figlio significa acconsentire innanzitutto alla sua perdita. Si tratta di un lutto particolare che anziché essere afflitto inconsolabilmente dalla perdita dell’oggetto amato può sperimentare la gioia del distacco perché solo in questo distacco la vita del figlio ha l’opportunità di realizzarsi pienamente. Quando invece i genitori hanno dei progetti sui loro figli, come diceva giustamente Sartre, i figli hanno dei destini che non sono mai felici. Nessun figlio è in realtà come i genitori lo attendevano nelle loro proiezioni narcisistiche. Ma l’amore per il figlio non si realizza nonostante questa non coincidenza ma proprio per questa non coincidenza. Non si tratta di amare il figlio in quanto realizzazione delle nostre attese, né nonostante le abbia frustrate, ma si tratta di amarlo nella sua divergenza, nella sua insondabile differenza, nel suo segreto”, con tali parole lo psicoanalista conclude la sua profonda riflessione.

  • Cara Concita (permettimi di conservare questa confidenza visto che da quando ci conosciamo ci siamo sempre chiamati per nome), nel mio articolo di domenica 2 novembre ho sollevato alcuni miei dubbi personalissimi sull’eventuale introduzione nei programmi scolastici di una materia didattica dedicata all’educazione della sessualità e dell’affettività. Dubbi che restano tali e quali dopo la lettura della tua appassionata replica sul giornale di ieri (lunedì 3 novembre).

    Provo però a spiegarmi meglio. Perché non esiste a scuola una materia che si chiama “educazione” in senso lato? Perché la scuola «nel suo complesso», appunto, come scrivo, è tenuta a generare degli effetti educativi. «Nel suo complesso» significa nell’attività didattica, nelle relazioni tra insegnanti e allievi, in quelle tra gli allievi, insomma in quella vita comunitaria che dovrebbe costituire l’anima vivente di ogni scuola. Sarebbe allora pensabile una materia che avesse come tema l’insegnamento dell’educazione in senso lato? No, non lo sarebbe.

    Lo stesso vale, nel mio ragionamento, per la cosiddetta educazione sessuale e affettiva. Un bravo insegnante non è un filosofo della morale, non pretende di condurre le vite dei suoi allievi nella giusta direzione (quale sarebbe poi?), non è un educatore di professione. La didattica è già in se stessa profondamente educativa senza che questo costituisca il suo programma esplicito. Resto convinto che non avrebbe senso alcuna materia deputata all’insegnamento di cosa sia educazione sessuale o all’affettività perché questa educazione dovrebbe scaturire dalla vita stessa della scuola.

    Per quel che mi riguarda molto meglio una lezione su Flaubert o su Saba, sul terrore giacobino o sulla nostra Costituzione che una spiegazione “educativa” per comprendere cosa significhi tolleranza e rispetto della differenza, accoglimento e critica alla discriminazione di ogni genere. Senza l’aggancio con la didattica ogni discorso correrebbe infatti, sempre a mio modestissimo parere, il rischio di una caduta psicologistica nutrendo l’illusione che esistano “esperti” o “specialisti” deputati a spiegare come dovrebbe essere una sessualità e una affettività “giusta”.

    E poi — e non è davvero una questione di ironia come invece scrivi — tenuto da chi? Io per primo mi rifiuterei di spiegare cosa dovrebbe essere una sessualità e una affettività “giusta”. Soprattutto in un’aula magna piena di sedicenni. Forse mi vedrei meglio a parlare, solo se però lo volessero, ai loro genitori non per offrire un modello ideale, ma per evocare la centralità che la testimonianza attiva del loro reciproco rispetto può avere nella sua trasmissione ai loro figli. Credo per questo che anche un solo gesto o una parola di un insegnante possa valere molto di più di qualunque educazione strutturata alla sessualità o all’affettività nella formazione di un giovane.

    Ma, cara Concita, tutto questo mio personalissimo ragionamento trova la sua giustificazione in un tema ancora più scabroso. Riguarda quello che chiamiamo prevenzione. Ho compiuto 65 anni e da 35 ascolto bambini e bambine (all’inizio della mia attività), ragazzi e ragazze, uomini e donne parlarmi delle loro più diverse e insopportabili sofferenze. Parte di queste sono legate alla sessualità e alla propria vita affettiva. Lasciami fare per esperienza questa semplice considerazione: l’idea che sia la trasmissione del sapere a dissuadere dalle cattive pratiche risponde a un “modello greco” della conoscenza che alimenta purtroppo solo illusioni: conoscere il nostro bene significherebbe fare il nostro bene.

    Avendo partecipato a tavoli nazionali e internazionali di ogni genere sul tema della prevenzione, tutte le persone più oneste intellettualmente che ho potuto conoscere condividevano il presupposto che ciò che previene non è affatto il sapere. Questo “modello greco” è stato infatti scombussolato traumaticamente da quello cristiano prima e da quello della psicoanalisi poi: «Perché non faccio quello che veramente voglio, ma solo quello che detesto?», si chiedeva Paolo di Tarso nella sua Epistola ai Romani. Domanda inquietante che non possiamo eludere e che la psicoanalisi ha messo al centro della sua prassi: perché pur sapendo quale sarebbe il proprio bene gli esseri umani possono tendere a fare il loro male? Domanda che è davvero spesso al cuore della nostra vita affettiva e alla quale nessuna istruzione può rispondere.

    E allora? Cosa ci salva? Cosa rende possibile una vita affettiva e sessuale gioiosa e affermativa? Risponderò in modo bruscamente sintetico isolando quelle che a me appaiono le due condizioni di base. La prima: serve la testimonianza reale dei propri genitori o di qualunque altro adulto di riferimento che è possibile davvero amare e desiderare senza usurpare o fare soffrire, senza ricattare o ingannare, senza esercitare potere o subirlo, senza negare la libertà dell’altro ma riconoscendola appieno. Testimonianza reale, ripeto, e non chiacchiere.

    La seconda e più fondamentale riguarda propriamente la scuola come comunità: alimentare il desiderio di vita nei nostri figli, fare sorgere in loro una vocazione, favorire l’accensione della loro esistenza. Perché le maggiori distorsioni della vita sessuale o affettiva non derivano da un non sapere, ma dalla chiusura della vita, dalla paura che determina la spinta a sopraffare l’altro o a offrirsi come sua vittima sacrificale. Pasolini lo diceva a suo modo: è il «vuoto di cultura» che genera «desiderio di morte». Laddove invece c’è trasmissione della cultura si accende il desiderio di vita che è la sola prevenzione possibile che possiamo davvero offrire.

    È quello che si dovrebbe fare giorno dopo giorno a scuola. Non nel recinto chiuso di una materia ma nell’apertura della vita stessa della scuola. Educare a una vita affettiva e sessuale generativa significa innanzitutto, almeno per me, educare al desiderio come impegno e vocazione. Più le vite dei nostri figli saranno capaci di vita più la qualità delle loro relazioni affettive o sessuali tenderanno a essere feconde e non mortifere. E vale, ovviamente, anche il contrario.

    da articolo de La Repubblica, 4 Novembre 2025

  • Cecchettin è stato ospite alla facoltà di Medicina dell’Università Statale di Brescia nell’ambito dell’evento “In nome loro”.

    «Partiremo con un progetto di genere, un progetto pilota in tre regioni con video sui sentimenti per mille insegnanti. Lancio l’appello al ministero per unirsi a noi in questo progetto che vorrebbe portare l’educazione affettiva a scuola». Lo ha detto Gino Cecchettin, il padre di Giulia uccisa a 22 anni l’11 novembre 2023, ospite alla facoltà di Medicina dell’Università Statale di Brescia per parlare ai ragazzi delle scuole superiore su quella che ormai è una piaga sociale: il femminicidio. All’evento “In nome loro”, Cecchettin ha parlato di valori ed educazione. 

    Con Gino Cecchettin anche Maurizio Piovanelli, il padre della 14enne Desirée uccisa a Leno nel 2002 quando aveva 14 anni, e Francesco Lonati, il fratello di Elena ammazzata a Brescia nell’estate del 2006. «Voglio trasmettere ai giovani quei sentimenti che Giulia custodiva tutti i giorni, l’altruismo e il pensare che insomma ci possa essere un futuro migliore con dei rapporti interpersonali legati alla proattività e non alla prevaricazione». 

    Gino Cecchettin, inoltre, ha aggiunto che l’educazione sessuo-affettiva «andrebbe inserita in tutte le scuole di ordine e grado» poiché «potrebbe dare tanto».

    «Andrebbe inserita un’ora di educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole. Gli studenti, gli insegnanti e i dirigenti – ha sottolineato – la chiedono» e pertanto la Fondazione «porterà avanti» questa richiesta. «Lavorare sui giovani significare fare un lavoro per il futuro», ha aggiunto Gino Cecchettin, auspicando così «di lasciare un futuro migliore» alle giovani generazioni.

    Dalla Redazione de Il Gazzettino.it, Lunedì 3 Novembre 2025