• “Bisogna allenare la propria competenza conflittuale perché qualsiasi essere vivente deve saper gestire il conflitto altrimenti muore o si ammala”. “Questa affermazione apre un territorio da un lato poco esplorato e, dall’altro, esplorato in maniera inconsapevole, ovvero quel territorio fra la competenza conflittuale, ossia la gestione dei conflitti, e la salute”. È questa la convinzione del pedagogista Daniele Novara, presidente del CPP, Centro Psico Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, che si appresta a celebrare l’atteso convegno intitolato “Vivere bene i conflitti per stare in salute” in programma sabato 8 novembre 2025 dalle ore 10 alle ore 16:30 presso il Teatro Politeama di Piacenza. Vi parteciperà un gruppo nutrito di esperti, tra i quali Silvia Veggetti Finzi, Alberto Pellai, Franco Fornari, Miguel Benasayag, Sebastiano Zanolli, e altri

    Competenza conflittuale, ascolto, carenza conflittuale. Quante volte ci rivolgono la classica domanda “Come stai?”, che molto spesso apre le nostre conversazioni? Quasi sempre rispondiamo “Tutto bene” per tagliare corto, per non dover approfondire un “Così, così” o un “Insomma” spiegando come qualche cosa non vada, pur senza febbre o dolori fisici. Può capitare di non sentirci “bene” anche se, in apparenza, il nostro organismo non ha particolari problemi. Questo accade perché la salute non è semplice assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. L’OMS ci ricorda come, per poter rispondere davvero “Sto bene”, serve andare oltre la biologia. Il CPP diretto da Daniele Novara, da oltre 35 anni in prima linea nella ricerca e nell’educazione alla gestione dei conflitti, propone come detto un convegno nazionale dedicato a questa grande sfida: vivere bene i conflitti per vivere meglio, in tutti i sensi.

    Non può esistere competenza conflittuale senza la competenza all’ascolto”, spiega Novara. “Per questo motivo ho introdotto la tecnica dell’ascolto senza commento, che va oltre l’ascolto attivo inventato da Carl Rogers e dai suoi collaboratori negli anni Cinquanta. L’ascolto senza commento è una pratica molto applicata nel colloquio maieutico, ma che consiglio anche nella vita di tutti i giorni perché la possibilità di essere ascoltati senza interferenze, andando nella logica di spegnere la lamentazione proprio attraverso l’ascolto, ha una dimensione paradossale molto significativa”. Lo vedremo nell’intervista.

    Ma partiamo dalle basi. Daniele Novara, che cos’è la carenza conflittuale?

    La carenza conflittuale è un costrutto che io e il mio staff abbiamo scoperto una decina di anni orsono attraverso una ricerca durata tre anni e utilizzando un questionario con 20 domande a risposta multipla che abbiamo somministrato a dei campioni sperimentali costituiti sostanzialmente da ragazze anoressiche, giovani tossicodipendenti e altri soggetti a rischio unitamente a un campione di controllo costituito in questo caso da adolescenti presi casualmente a scuola. L’ipotesi era che che negli stati di disagio relazionale legati alla difficoltà nel gestire i conflitti si creassero situazioni improprie come i disturbi alimentari oppure la tossicodipendenza.

    Un’ipotesi che è stata poi confermata?

    L’ipotesi è stata validata dal punto di vista tecnico e in quell’occasione attraverso un convegno scientifico confermammo che la difficoltà a stare nel conflitto, vivendolo come minaccia e non come opportunità, generava situazioni di violenza verso se stessi e verso gli altri. Ultimamente abbiamo sfruttato il questionario applicandolo ai genitori, poiché in questi ultimi dieci anni è venuta fuori la fragilità educativa ed emotiva dei genitori. Allora attraverso questo strumento abbiamo cercato di capire se e come la carenza abbia a che fare con la fragilità educativa dei genitori, una fragilità che che provoca situazioni complicate utilizzando. Abbiamo utilizzato 830 genitori che dal 2018 sono venuti in consulenza con me per problemi con i figli e commisurandoli con 1500 genitori neutri – un classico gruppo di controllo – sono venuti fuori dei risultati importanti e novità significative di cui parlerò nel convegno. L’incontro non sarà basato solo sui dati: l’ipotesi è che il conflitto se gestito male crei mancanza di salute.

    È sempre così?

    È difficile che avvenga il contrario. In tutti i casi si può dire con certezza che la competenza conflittuale genera benessere: se la salute è intesa come uno stato di benessere, e non solo assenza di malattia, saper gestire bene la contrarietà e anche le discordanze relazionali genera uno stato di benessere, sapere questo fa stare bene. Per questo abbiamo invitato degli esperti importanti come Franco Fornari, Silvia Veggetti Finzi, Alberto Pellai. Fornari nel 1985 ha pubblicato il libro “Affetti e cancro” che non è una estensione della teoria di Freud sui disturbi della conversione: per la prima volta, a prescindere dalla psicosomatica, Fornari elabora una teoria affettiva sull’insorgenza dei tumori e quindi ci interessa molto questa cosa punto di vista. Poi abbiamo Sebastiano Zanolli e Fabrizio Lertola che tratteranno della conflittualità sul lavoro. L’appuntamento non è esaustivo, certo, ma le personalità sono significative e anche le suggestioni. L’incontro vuol dare ai partecipanti questo stimolo: se tu come persona sei impegnato nel gestire le tue emozioni quando c’è una questione di contrarietà devi sentirti in uno stato di benevolenza verso te stesso e non di autolesionismo.

    Una bella sfida

    Certamente. Ma se il conflitto viene registrato come minaccia anche il sistema neurovegetativo va in corto circuito e può generare disturbi. Su questo piano presenteremo dei casi tra gli allievi che hanno trovato beneficio nel frequentare i corsi sul conflitto, si tratta di testimonianze reali. E questo è un ulteriore motivo per dire che non stiamo facendo delle chiacchiere: dopo tanti anni mi sento di dire che questa è la strada giusta, una strada che non ci aspettavamo, però è una strada che nei prossimi decenni potrà dare molte soddisfazioni. Se hai un problema di salute anche serio un’attività di apprendimento nella gestione dei conflitti può essere un contributo anche decisivo per migliorare lo stato di salute. Presenteremo due testimonianze significative ma ne abbiamo di più: queste due sono esemplari sia per quanto riguarda i bambini sia per quanto riguarda gli adulti. Il convegno offre molti spunti di novità, non è scolastico. Sarà un momento generativo, maieutico e io sono molto contento che si apra questa nuova strada, cioè quella di imparare a gestire bene la situazione quando gli altri ti pongono un ostacolo. Non bisogna introiettare l’ostacolo, andando in senso di colpa di fronte all’ostacolo medesimo o facendone un problema più grande di quello che è, reagendo male con emozioni e rancori. È importante saper comunicare in maniera adeguata, poiché questo libera delle risorse nel campo della salute, è questo il senso di un appuntamento che è l’inizio di un percorso nuovo. Ci auguriamo che anche l’immaginario collettivo vada in questa direzione.

    Ai giorni nostri quando si parla di conflitto si arrivare a pensare a una guerra

    In guerra si pensa di uccidere le persone, nel conflitto relazionale occorre invece trovare una soluzione, una via di uscita e di comprensione di quello che sta succedendo

    Par di capire che sono molte le relazioni capaci di generare conflitto

    Tutte le situazioni relazionali – a partire dalla coppia – generano conflitto, è la cosa più normale di questo mondo perché le tue aspettative non collimano con quella degli altri. Per tornare alla coppia, ecco, si va in conflitto già sul decidere dove andare in vacanza.

    Per non parlare delle scelte relative all’educazione dei figli…

    Ogni genitore va per conto proprio. E questo è un problema enorme

    Ma perché succede? Quali risposte vi date voi esperti su questo fronte?

    Succede perché in questo modo si pretende di eludere il conflitto. Il problema è che se non si trova il modo di gestire il conflitto i problemi si complicano: mio marito non ha le stesse idee? Va bene, ok: ne possiamo parlare? Possiamo creare un focus di riflessione? Possiamo cercare di capire i nostri rispettivi punti di vista in funzione dell’obiettivo che è quello di trovare un accordo? Questo è fondamentale, altrimenti i figli non sanno da che parte girarsi. Alla fine i genitori si separano – peraltro abbiamo visto che questo succede di più nelle coppie senza figli – e i problemi si aggravano, mentre sarebbe auspicabile che i genitori fossero preparati su come gestire tra di loro le differenze di vedute e di opinione. Io che questo mestiere lo faccio di lavoro dico che è impressionante scoprire l’esistenza di un’incapacità di fondo: ogni genitore parla con i figli in versione personale: “ti ho detto…”, “ti ho chiesto…”. E’ rarissimo che i genitori parlino come coppia.

    La situazione è peggiorata nel tempo?

    Sì. Ed è peggiorata perché in un contesto narcisistico ciascuno fa squadra con sé stesso come se i figli non fossero un progetto di coppia, un progetto più ampio. I genitori oggi fanno fatica a cogliere questa dimensione e puntano a rapporti di intimità personale con i figli e questo è legato al conflitto. Faccio un esempio: il figlio di 17 anni chiede alla mamma e non anche al papà di potere invitare a dormire la fidanzatina di 17 anni. La mamma non lo dice al papà, il papà infine rinfaccerà il fatto che non ne sapesse nulla. Però la mamma sapeva che il papà sarebbe stato in disaccordo eppure ha assunto una decisione come quella senza coinvolgere il padre per paura che il padre fosse contrario.

    Aiuto…

    Secondo me qui domina l’elemento della conflittualità e la paura che l’altro non sia allineato con me mi spinge a evitare il conflitto. Si evita il conflitto ma poi ti trovi a non riuscire a gestire il conflitto stesso. Senza il gioco di squadra come fai? Magari il punto di vista dell’altro sarebbe stato importante, ti avrebbe dato un altro punto di vista: i figli hanno estremo bisogno di avere davanti un progetto comune.

    Non solo famiglia…

    No, non solo famiglia. Ci sono tanti altri luoghi patogeni sulla gestione del conflitto, come l’ambiente di lavoro. Si tende a far fatica a esplicitare la conflittualità nelle aziende. Si pensa che se si esplicita la conflittualità la produzione viene ridotta, invece la produttività si riduce se le persone vanno in frustrazione, nel non poter parlare del proprio disagio. È importante avere un luogo di decompressione: occorre creare uno spazio in cui c’è un momento di confronto o un momento di mediazione sul conflitto. L’azienda di per sé è un luogo dove si sta per otto ore ed è naturale che in otto ore qualcosa succeda in azienda: ma questo deve diventare una mina vagante? Faccio un esempio: come finisce una riunione? Ecco, occorre sempre chiudere le riunioni con una domanda: ci stiamo dimenticando qualcosa? Non bisogna aver paura della divergenza, essa serve per decomprimere altrimenti le emozioni che non hanno trovano una catarsi poi agiscono in maniera subliminale facendo ammalare. Tanti si ammalano per insostenibilità emotiva: quando ero giovane si pensava all’ulcera, oggi si pensa all’ansia e ci sono delle ricerche che hanno chiarito come l’assenteismo sia legato alla conflittualità non gestita. L’assenteismo è un danno per l’azienda. Se si sta a casa o se si lavora senza motivazione questo rappresenta un danno per l’azienda.

    È un po’ la filosofia della qualità totale

    La qualità totale deve essere dentro questo profilo di possibilità. La possibilità di avere un luogo di composizione dei conflitti. Vale anche per i bambini a scuola: si pensi all’angolo dei litigi nel quale i bambini trovano una composizione e se non la trovano è lo stesso

    Lei parla di ascolto senza commento. Perché senza commento?

    Questo aspetto è importante, perché il commento alimenta la polemica e il malumore.

    Anche i commenti benevoli?

    Sì, anche quelli, perché in questo caso è come se l’altro volesse parlarti sulla propria strada. L’ascolto dev’essere un’accoglienza e nient’altro. Il commento è sempre una forma di interferenza.

    I consigli sono dunque da evitare?

    I consigli sono la cosa più balorda che si possa fare. Sono micidiali. Del resto il consiglio che cos’è? Ti dico quello che è giusto che tu faccia. Ma questo è cosa diversa dal dare un’informazione seguita dal dire io penso questa cosa ma tu poi ma fa’quello che ti pare. Quindi oltre all’ascolto senza commento aggiungiamo che non bisogna mai dare consigli se uno ti chiede dove posso andare a mangiare? Mai dire va’ lì ché non ti sbagli. questo è un consiglio perché stai dicendo fa’ come io ti dico.

    Viceversa?

    Viceversa: il quel posto fanno in questo modo, in quell’altro posto cucinano diversamente, in quell’altro ancora fanno queste pietanze, questo è quello che so io. Ecco, questa è una prospettiva completamente diversa, qui hai anche dato all’interlocutore tre possibilità. Peraltro, se lo hai mandato lì e poi è andata male non è il massimo. L’ascolto è libertà, mentre il consiglio è controllo.

    L’ascolto senza commento è per altri versi un buon trucco per disattivare i logorroici. Almeno questo sostiene lei. È così?

    Il logorroico, se tu non fai i commenti, va in crisi e quindi lo gestisci. Al logorroico mai fare un commento perché lui reagirebbe così: ah non la pensi come? allora ti spiego… È scientifico, l’ascolto senza commenti dà soddisfazioni enormi. Certo, è difficile perché noi italiani rischiamo di apparire indifferenti ma occorre insistere.

    C’è un altro aspetto che mette sempre più in crisi la comunicazione: l’eccesso di informazioni

    C’è un paradosso che è stato ampiamente studiato. Se sei un automobilista in città e le auto sono poche, tu raggiungerai il posto dove sei diretto in poco tempo. Ma quando tutti hanno un’automobile e la usano si fa prima ad andare a piedi. Si genera cioè un effetto paradosso: voglio dire che l’eccesso di informazioni impedisce di capire quali sono le informazioni utili e quindi c’è questo effetto.

    E’ una figura retorica che può essere traslata sulla scuola?

    Assolutamente sì. La metodologia va cambiata, consegnare una caterva di contenuti non fa apprendere. L’apprendimento è una competenza applicativa mentre nella scuola nozionistica l’alunno le nozioni le sa ripetere ma non le sa applicare. È il grande equivoco della scuola nozionistica delle prove Invalsi con cui ti chiedo di mettere la crocetta al posto giusto e gli alunni non ce la fanno. L’algebra io l’ho imparata ma io non la so applicare. Nell’algebra c’erano gli algoritmi ma nessuno ci ha ha detto all’epoca a che cosa sarebbero serviti gli algoritmi nella vita concreta. Se ce lo avessero spiegato, oggi capiremmo molto meglio l’intelligenza artificiale. La IA è in ballo da più di sessant’anni però non c’era quella scuola che ti spiegava che ce ne facciamo degli algoritmi.

    Nemmeno il Teorema di Pitagora

    Dove lo trovi il teorema di Pitagora? Se non lo spieghi non lo si troverà mai. Se la scuola si limita a fare interrogazioni sui semplici contenuti essa uccide l’apprendimento. Poi ci sono tanti insegnanti che per fortuna ci provano: gli insegnanti che non si limitano a lavorare sui libri di testo ci sono e io sono sempre dalla loro parte, la scuola è quella. Questi sono gli insegnanti che danno una speranza, quelli che credono nella scuola come una comunità di apprendimento non come la gara delle crocette. Non sono contrario alle crocette, sono scettico: non capisco perché si mettano delle crocette per validare un processo di apprendimento. A scuola guida non conta aver passato l’esame di teoria con le crocette. Poi devi saper guidare.

    Intervista a Daniele Novara, pedagogista, a cura di Vincenzo Brancatisano per “Orizzonte Scuola”,

    4 Novembre 2025

  • “Ci sono storie che fanno male.

    E questa fa malissimo.

    Un ragazzo di quindici anni, fragile, con una disabilità cognitiva, è stato torturato per ore da tre coetanei — due ragazzi e una ragazza — nella notte di Halloween. Gli hanno rasato i capelli e le sopracciglia, spento una sigaretta sulla pelle, costretto a immergersi nell’acqua gelida, rinchiuso in una stanza, umiliato fino all’annientamento.

    Non è una bravata.

    È un atto di pura crudeltà.

    Dietro questi comportamenti non c’è solo l’assenza di empatia. C’è un vuoto morale assoluto, una mente che ha disimparato a riconoscere l’altro come essere umano.

    Questi ragazzi hanno agito come predatori emotivi, in cerca di una vittima su cui esercitare dominio, potere, controllo.

    Hanno trasformato la sofferenza altrui in uno spettacolo.

    Hanno confuso il dolore con il divertimento.

    E dietro di loro — come troppo spesso accade — ci sono genitori ciechi, assenti o complici, che non hanno mai insegnato a distinguere il bene dal male, che hanno scambiato la libertà per assenza di regole e la fragilità dei figli per unicità da proteggere a ogni costo.

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti: giovani senza confini, senza coscienza, senza vergogna.

    Figli di un’educazione fallita, di un modello familiare evaporato.

    Ragazzi che non hanno imparato a contenere la rabbia, ma solo a trasferirla su chi è più debole.

    Queste non sono “ragazzate”.

    Sono i segnali precoci di personalità profondamente malevole, che possono evolvere verso forme ancora più gravi di violenza se non si interviene subito e con decisione.

    È tempo che la giustizia agisca con la massima celerità e la massima severità.

    Non per vendetta, ma per dare un segnale chiaro: non tutto è tollerabile, non tutto è spiegabile con l’adolescenza, non tutto è recuperabile se si continua a negare la realtà.

    Il primo passo è che sia fatta giustizia per questo ragazzo.

    Il secondo è che l’intera comunità si guardi allo specchio e riconosca che quando l’educazione fallisce, la violenza prende il suo posto.

    Perché questi ragazzi non sono “mostri”.

    Sono il prodotto diretto del nostro silenzio, della nostra indifferenza e della complicità di adulti che hanno smesso di fare gli adulti”.

    Dalla pagina FB della Dott.ssa Roberta Bruzzone, criminologa

  •  

    Insegnanti e Genitori hanno questa responsabilità condivisa.

    “I tempi sono cambiati, e forse la responsabilità di questo declino non è del tutto dei giovani che non hanno voglia e desiderio di fare”, osserva il filosofo Umberto Galimberti.

    Raggiungi i tuoi sogni, obiettivi, carriera solo quando lo desideri fortemente, ma questo desiderio deve essere già dentro di te sin da bambino, non può essere spinto da un altro individuo, come ad esempio una madre o un padre. A tal proposito è intervenuto l’esperto, filosofo e psicoterapeuta, Umberto Galimberti che ha spiegato il meccanismo che priverebbe i giovani di desideri e ambizioni.

    Come abbiamo spesso ribadito l’essere umano può essere immaginato come una vera e propria spugna, assorbe parole e soprattutto atteggiamenti. Proprio per questo un genitore deve suscitare la voglia di scoprire, non deve permettere che un figlio pensi che i valori imprescindibili possano essere sostituiti da un banale materialismo. Questo processo è iniziato, afferma Galimberti: “Quando tu – genitore – in cambio delle parole gli davi giocattoli. Se andate in una camera di un bambino di oggi è pieno di giocattoli” – e cosa succede?- “ che quando tu dai a uno le cose che neppure magari ha desiderato, l’unico effetto potente è quello di spegnere il desiderio, mentre, il desiderio è la macchina della vita”.

    Per cui i genitori hanno davanti a loro due vie “accendere o spegnere il desiderio” e come si trasmette tutto questo? Con l’esempio. Se siamo stati dei genitori disattenti, che hanno cercato di riempire il tempo con oggetti piuttosto che con parole, sguardi e attenzioni autentiche non possiamo aspettarci da nostro figlio un atteggiamento diverso.

    Continua Galimberti: “Perché nessuno di noi va avanti? Nella vita si va avanti perché qualcosa attrae o perché qualcosa non hai avuto. Ma se hai avuto tutto…Mi annoio, non ho idea di cosa fare nella vita, non ho uno stimolo, non ho un sogno, non ho niente”. Il filosofo con questo suo intervento sul rigoroso concetto di “sottrarre” è sulle medesime frequenze del collega Paolo Crepet. Il sottrarre e le sue ripercussioni è un tema che abbiamo ampiamente trattato, inoltre guardando ai giovani con occhi di comprensione e compassione Galimberti afferma: “Stanno male perché non hanno futuro e loro lo sanno. È inutile che i genitori dicono ai figli “ai miei tempi”, perché i nostri tempi erano tempi fortunatissimi. Il futuro era lì ad aspettarti, a braccia aperte”. I tempi sono cambiati, e forse la responsabilità di questo declino non è del tutto di giovani scapestrati che non hanno desiderio e voglia di fare, mancano le condizioni e manca una rivoluzione in un sistema che non funziona più e che coinvolge certamente anche genitori e istituzioni.

    Nel raccontare un aneddoto di vita personale Galimberti afferma: “Io mi ricordo che il primo incarico da insegnante in un liceo l’ho ottenuto perché una professoressa è andata via a causa di una gravidanza a rischio, e l’ho fatto da studente universitario perché non c’erano professori, quindi vuol dire che il futuro era lì ad aspettarmi. I genitori che la smettano di dire ai “miei tempi”, perché i tempi dei loro figli sono molto più tragici”. Ad esempio, continua l’esperto: “Se oggi un ragazzo si laurea in filosofia, la prima cosa che deve mettersi in mente è che difficilmente insegnerà filosofia, sai che futuro no?”.


    In questo tempo nel quale abbiamo lasciato che la burocrazia rubasse le competenze e le potenzialità dei giovani, quale potrebbe essere una soluzione? “È possibile costruire un sogno da dare?”, in risposta conclude l’esperto: “Smettete di aspettare il futuro prendetelo tanto è vostro, anche biologicamente. Prendetelo il mondo sarà vostro. Forse è necessaria anche la forza e forse è necessario anche scendere in piazza”.

    In conclusione l’esperto analizza uno scenario che interessa da vicino tutti, in questo hanno responsabilità i genitori con i loro figli e le scuole con i loro studenti, in quanto devo dare loro fiducia e non essere d’intralcio al perseguire i loro sogni. Quindi ai giovani Galimberti consegna la possibilità di provarci e magari anche di riuscirci di essere i protagonisti del loro futuro

  • Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, insieme a Barbara Tamborini, autori di “Esci da quella stanza”, riporta l’attenzione sulle sfide educative contemporanee, con particolare riferimento all’impatto della tecnologia sulla crescita di bambini e adolescenti.

    Durante l’evento “Università del Dialogo” a Torino, Pellai sottolinea: “Il mondo adulto è responsabile del terreno, non del seme; deve curare l’ambiente affinché il bambino sviluppi ciò che è scritto nel suo patrimonio genetico”. Oggi gli indicatori di salute mentale degli adolescenti sono i peggiori degli ultimi decenni e parte della responsabilità poggia sulle scelte degli adulti, orientate a rimuovere ogni fonte di disagio, ma spesso inefficaci.

    Giovani e smartphone: dati, rischi e prevenzione.

    Dati recenti evidenziano che il 32,6% dei bambini tra 6 e 10 anni usa quotidianamente lo smartphone, mentre il 62,3% dei preadolescenti possiede un account social (fonte: Save the Children). Pellai sostiene: “La generazione Z è una generazione cavia. L’arrivo dello smartphone ha rivoluzionato il rapporto tra giovani e realtà, spingendo l’esplorazione verso una dimensione virtuale e riducendo quella fisica”. L’uso precoce di dispositivi digitali è correlato alla crescita di disturbi come ansia e isolamento sociale: “Il cervello in età evolutiva si sviluppa meglio in un mondo analogico. Reintrodurre esperienze reali è oggi un’operazione di sanità pubblica. Pellai richiama l’esempio della Svezia, dove una sperimentazione decennale basata sulla didattica digitale ha evidenziato “nessun vantaggio” in termini cognitivi, ma “tantissimi svantaggi” (studio Karolinska Institute).

    Dialogo intergenerazipnale, desiderio e ruolo degli adulti.

    L’educazione odierna va ripensata nella relazione tra adulti e giovani. Pellai afferma: “Il docente appassionato, che trasmette il sapere con competenza e passione, rappresenta un adulto desiderabile, un testimone per chi cresce”. L’allenatore, la guida adulta, deve infondere sicurezza, accoglienza e capacità di porre limiti, mostrando fiducia nel potenziale degli adolescenti.

    Centrale diventa l’appartenenza “vera” a comunità fisiche e non virtuali: “L’appartenenza a un gruppo reale è infinitamente superiore come capacità di allenamento alla vita rispetto a una community digitale”. L’educatore deve prediligere l’accoglienza al giudizio, creando sinergia tra i diversi enti educativi. Citando la teoria dell’attaccamento: “Se vuoi rendere un bambino sicuro, devi essere un adulto sicuro”. La coesione fra scuola, famiglia e società permette di affrontare le fragilità e costruire una rete educativa solida e motivante.

    di Andrea Carlino per “Orizzonte Scuola”.

  • Scopri il significato della frase di Tacito tratta dalla sua opera “Agricola” che dopo duemila anni interpreta la causa del mal di vivere di oggi.

    C’è una frase di Tacito che sollecita una profonda riflessione sulle false promesse che tutti i giorni sembrano nascere dal potere persuasivo dei social e della televisione. Non solo, spinge anche a interrogarsi sul perché si finisce costantemente per guardare oltre le cose già buone e belle che abbiamo, inseguendo chimere che molte volte finiscono solo per restituire solo per restituire ansia, frustrazione e un senso di vuoto.

    Questa trappola psicologica, questo meccanismo di auto-sabotaggio, fu identificato con una lucidità spietata quasi duemila anni fa. Nel descrivere perché i Romani temessero i popoli mai visti ai confini del mondo, lo storico Publio Cornelio Tacito scrisse la diagnosi perfetta della nostra inquietudine moderna:

    …e tutto ciò che è ignoto viene immaginato magnifico.

    …atcque omne ignotum pro magnifico est.

    Si finisce per insegire queste chimere perché sono migliori della nostra realtà. Le inseguiamo perché ci sono ignote.

    Il contesto della frase di Tacito.

    La frase è tratta da De vita et moribus Iulii Agricolae, o più semplicemente Agricola, scritto da Publio Cornelio Tacito intorno all’anno 98 d.C.

    Tacito, genero di Giulio Agricola, scrive quest’opera per celebrare la figura del suocero, che fu governatore della Britannia sotto Domiziano. Ma dietro il tono biografico e celebrativo, Agricola è una profonda riflessione morale e politica: è la storia di un uomo giusto che cerca di restare integro dentro un impero corrotto.

    Il passo in cui compare la frase si trova al capitolo 30, durante il discorso di Calgaco, capo dei Caledoni, le popolazioni delle Highlands scozzesi che si ribellarono ai Romani.

    Tacito, come farà anche in altre opere, inserisce nella narrazione un grande discorso inventato ma verosimile, che serve a dare voce ai “vinti”, cioè a chi si oppone all’impero. È un artificio retorico e morale tipico della sua scrittura: attraverso le parole di un barbaro, Tacito pronuncia la più feroce accusa contro Roma stessa.

    Perché Calgaco pronuncia questa frase.

    I Britanni si preparano alla battaglia del Monte Graupio (83 d.C.), l’ultima grande resistenza contro l’avanzata di Agricola.
    Calgaco, rivolgendosi ai suoi guerrieri, cerca di infondere coraggio ricordando che loro sono “gli ultimi liberi”, gli unici che non sono ancora caduti sotto il giogo romano.

    Nel suo discorso dice:

    Noi, abitatori estremi della terra e ultimi liberi, siamo stati difesi fino ad oggi dal nostro stesso isolamento e dal non essere conosciuti; e tutto quello che è ignoto viene immaginato grandioso.

    Il senso è duplice. Da un lato, Calgaco riconosce che i Britanni si sono salvati proprio perché lontani, sconosciuti, “ignoti” ai Romani. Dall’altro, l’ignoto ha un fascino pericoloso: Roma, spinta dalla sua tracotanza imperiale, vuole conquistare proprio ciò che non conosce, perché lo considera magnifico e degno di essere posseduto.

    È dunque un pensiero di lucida amarezza e ironia. Il mistero, l’alterità, l’ignoto, ciò che dovrebbe proteggere la libertà, diventa la causa della conquista. Tacito fa dire a Calgaco ciò che pensa lui stesso. L’uomo, e soprattutto il potere, è attratto da ciò che non conosce, e in questo desiderio distrugge ciò che ammira.

    La lezione di Tacito sulle illusioni che ci fanno vivere male.

    La lezione di Tacito è spietata e per questo necessaria. Il meccanismo di conquista che egli, attraverso la voce di Calgaco, attribuiva alla Roma imperiale non è scomparso con l’impero. Sopravvive nei tempi moderni sotto forme più seducenti e più silenziose.
    Oggi non parla attraverso gli eserciti, ma attraverso le immagini. È un potere che si insinua nel desiderio, che colonizza l’immaginazione, che trasforma la libertà interiore in consenso.

    Questo nuovo dominio nasce dai falsi profeti generati dai social e dalla televisione, figure nate in un’epoca impoverita di cultura, di responsabilità e di senso civico. Uomini e donne guidati dal miraggio della fama e della ricchezza, pronti a sacrificare la verità, la misura, perfino la fragilità altrui pur di conquistare un posto nell’illusione del successo.
    Molti provengono da mondi che un tempo avevano una missione di arte o di pensiero e che oggi si sono ridotti a spettacolo di sé stessi, a rumorosa esibizione di potere. Altri nascono da movimenti che trasformano il disagio in odio e il malessere in profitto. Tutti hanno compreso la stessa legge: ciò che è ignoto, se reso magnifico, può diventare merce.

    L’illusione che consuma la mente.

    Tacito avrebbe riconosciuto in questa logica la stessa pulsione che animava l’Impero: il desiderio di possedere ciò che non si comprende. Allora si conquistavano le terre, oggi si conquistano le coscienze.
    Il metodo non cambia. Si alimenta la fame di senso di chi non riesce più a trovare valore nella propria realtà quotidiana, e lo si spinge a credere che la salvezza sia altrove, in un altrove luminoso e finto.

    La vita reale, con i suoi limiti e la sua lentezza, diventa una condanna. L’uomo si guarda allo specchio e non si riconosce più. Si confronta con modelli di perfezione costruiti a tavolino e, senza accorgersene, inizia a giudicarsi con la misura di ciò che non esiste. È così che nasce la frattura interiore: un divario costante tra ciò che si è e ciò che si crede di dover essere.

    L’autostima che si dissolve nel confronto

    Da questa distanza germogliano le nuove forme del mal di vivere. L’anima non trova più pace nel reale e comincia a vivere nella nostalgia del possibile. L’autostima si indebolisce, non perché manchino i motivi per stimarsi, ma perché ogni successo viene svalutato dal confronto con l’irreale.
    La mente, incapace di riconoscere il proprio valore, diventa terreno fertile per l’ansia. L’ansia non è più solo paura del futuro, ma paura del presente che non brilla come dovrebbe. È il sintomo più evidente di un’esistenza che ha smarrito la misura e confonde la realtà con il riflesso.

    Chi si abitua a questa visione non è più padrone di sé. Ogni giorno cerca una nuova immagine che lo rassicuri e lo illuda, come chi beve acqua di mare per placare la sete. E più beve, più ha sete.
    Il paradosso è lo stesso che Tacito vedeva nella Roma dei conquistatori: più possedevano, più desideravano; più avanzavano, più erano vuoti.

    Tacito e Seneca, ciascuno con la propria voce, ci ricordano che la radice di ogni malessere non sta nel mondo, ma nello sguardo con cui lo abitiamo. Chi insegue il magnifico ignoto rinuncia alla serenità del presente. Chi disprezza la propria misura non potrà mai raggiungere la pace.
    Il benessere non è nell’altrove, ma nella riconciliazione con ciò che è. Il vero equilibrio nasce quando l’uomo smette di guardare verso ciò che non ha e impara a riconoscere la bellezza di ciò che è.

    Il ritorno al reale come forma di libertà

    Tornare al reale è oggi un atto rivoluzionario.
    In un’epoca che esalta l’apparenza e confonde la visibilità con il valore, scegliere la verità diventa la più radicale delle ribellioni. Tacito lo aveva intuito: l’uomo che insegue l’ignoto si condanna a vivere in uno stato di perenne insoddisfazione. Seneca lo avrebbe chiamato malum animi, il male dell’anima che nasce dal non sapere abitare il presente.

    Viviamo in una società che, come la Roma di Tacito, ha trasformato la conquista in linguaggio quotidiano. Conquistare visibilità, consenso, successo, corpo, spazio, pubblico. Ogni obiettivo è un trofeo, ogni desiderio una campagna. Ma più allarghiamo il campo delle conquiste, più restringiamo il territorio interiore in cui possiamo stare bene.
    L’uomo contemporaneo soffre non perché gli manchi qualcosa, ma perché vive immerso in un eccesso di stimoli che gli impedisce di riconoscere ciò che già possiede.

    La mente che dimentica il presente.

    Le neuroscienze e la psicologia sociale confermano ciò che i filosofi avevano intuito duemila anni fa: l’attenzione è una forma di energia vitale. Ciò che si guarda troppo finisce per dominarci. Il continuo confronto con modelli irraggiungibili riduce la percezione del proprio valore, genera ansia da prestazione, dipendenza dal giudizio e frammentazione dell’identità.
    È la stessa logica del potere che Tacito denunciava nei suoi tempi, traslata sul piano interiore: la conquista dei popoli si è trasformata nella conquista delle menti.

    La sociologia contemporanea parla di “società dello spettacolo”, di “narcisismo di massa”, di “economia dell’attenzione”. Tutti modi diversi per dire la stessa cosa: l’individuo si è smarrito nel desiderio di apparire, e la visibilità è diventata la nuova misura della felicità. In questo scenario la mente vive in uno stato di allerta permanente, oscillando tra euforia e vuoto, tra esaltazione e smarrimento.

    Ritrovare la pace nel limite.

    Il risultato è un malessere diffuso che prende il nome di ansia, di insonnia, di solitudine digitale. Un disagio che non nasce dal dolore concreto, ma dalla distanza fra l’immagine e la vita. L’uomo non soffre più per ciò che perde, ma per ciò che immagina di non avere. È la nuova forma del taedium vitae che Seneca descriveva nei suoi scritti: l’incapacità di trovare gioia nel presente, la nausea dell’abbondanza, il bisogno continuo di un altrove da inseguire.

    Ritrovare il benessere mentale significa allora tornare al principio della realtà. Accettare il limite non come condanna, ma come confine che dà forma. Coltivare la sobrietà come forza e non come privazione. Saper distinguere tra ciò che è reale e ciò che è costruito, tra ciò che alimenta e ciò che consuma.

    La psicologia positiva chiama questo processo grounding, radicamento: tornare a sentire il corpo, il tempo, la lentezza. È il contrario della fuga nell’ignoto. Significa reimparare a percepire la vita non come immagine, ma come presenza.
    E la sociologia più attenta ai fenomeni culturali lo definisce ritorno al locale, una riscoperta del quotidiano, dell’impegno concreto, della dimensione civica. La vera libertà non è evadere, ma abitare pienamente.

    Tacito e Seneca, letti insieme, ci offrono una cura che oggi appare più attuale che mai: la cura della lucidità. Publio Cornelio Tacito ci insegna a smascherare il potere delle illusioni, Seneca a ritrovare equilibrio dentro la tempesta. Entrambi ci invitano a tornare a noi stessi, a riconoscere la grandezza del reale e la pace che nasce dalla consapevolezza.

    Non esiste serenità nell’ignoto magnifico, esiste solo smarrimento. La serenità nasce invece nel momento in cui si accetta la propria misura, si comprende che la vita non è uno spettacolo ma un cammino, e che la vera conquista non è quella delle terre o delle immagini, ma della propria mente.
    Tornare al reale significa ritrovare la libertà di pensare, di sentire, di scegliere. È un ritorno al mondo, ma anche a sé stessi. È ciò che rende l’uomo, ancora una volta, degno del nome di essere umano.

    Ammettiamolo: a volte sembra di vivere in un circolo vizioso. L’economia corre come un treno impazzito e i conflitti internazionali non fanno che moltiplicarsi. Ci si guarda intorno e si pensa: c’è qualcosa che non torna nel modo in cui è stato raccontato il mondo.

    Se anche voi avete questa sensazione, mettete da parte per un momento i bestseller da classifica e preparatevi a scoprire otto libri che sono, in un certo senso, delle mine vaganti. Abbiamo selezionato otto saggi anticonvenzionali che non hanno paura di puntare il dito contro il pensiero comune, di smontare le nostre abitudini intellettuali e di mostrare le crepe nei sistemi che si danno per scontati.

    C’è chi invita a fermare la corsa del PIL, chi svela cosa si nasconde dietro i muri di Facebook, e chi porta in prima linea in tutte le guerre che, incredibilmente, l’Occidente sembra ignorare. E non è finita: vedremo perché la rabbia femminile è un motore dirompente, cosa c’è di scientifico nel desiderio e come il potere digitale stia riscrivendo il concetto di fascismo.

    di Saro Trovato per “Libreriamo”, 31 Ottobre 2025

  • Con questa frase, Pier Paolo Pasolini ci lascia un messaggio attuale: la felicità non si trova nei beni materiali o nel conformismo sociale, ma nella capacità di comprendere il mondo attraverso la cultura.

    Pier Paolo Pasolini, con una sua celebre affermazione, ci invita a riflettere su come la conoscenza e l’approfondimento della realtà siano fondamentali per raggiungere una vita autenticamente felice.

    “È il possesso culturale del mondo che dà la felicità”

    Secondo Pasolini, la cultura non è solo un accumulo di informazioni, ma un potente mezzo per comprendere se stessi e il mondo, liberandoci da schemi imposti e pregiudizi limitanti.

    Oggi, nella società dell’informazione digitale, i giovani hanno accesso a una quantità sconfinata di contenuti, ma spesso si trovano intrappolati in un consumo passivo e superficiale della cultura. L’educazione dovrebbe insegnare non solo a raccogliere dati, ma anche a interpretarli criticamente, costruendo un sapere autentico e personale.

    Pasolini ci lascia un messaggio di grande attualità: la felicità autentica non si trova nell’accumulo di beni materiali o nel conformismo sociale, ma nella capacità di comprendere il mondo attraverso la cultura. Solo chi è disposto a mettersi in discussione e a confrontarsi con la realtà senza paura può sperare di raggiungere una vera realizzazione personale.

    In un’epoca in cui l’informazione è accessibile a tutti, il vero compito è saperla utilizzare per crescere e per costruire un futuro basato sulla consapevolezza e sulla libertà di pensiero. Per le nuove generazioni, questa eredità rappresenta una sfida e un’opportunità: saper scegliere la conoscenza anziché la superficialità significa affermare la propria indipendenza e la propria identità in un mondo sempre più complesso.

    Come raggiungere la felicità attraverso la cultura, secondo Pier Paolo Pasolini.

    Secondo Pasolini, la felicità autentica non è mai scontata né immediata, ma è il risultato di un percorso di ricerca interiore e culturale. Per raggiungerla, è necessario sviluppare un sapere critico che permetta di comprendere la realtà e di non esserne vittime inconsapevoli. La cultura deve essere vissuta non come mero nozionismo, ma come strumento per interpretare il mondo, smascherare le ipocrisie e difendere la propria libertà di pensiero.

    Per Pasolini, leggere, studiare, guardare film, approfondire il pensiero filosofico e artistico non sono attività fini a se stesse, ma atti di consapevolezza che danno un senso profondo alla vita. Egli ci invita a non accontentarci delle verità preconfezionate e a trovare nella cultura il mezzo per essere veramente liberi e, quindi, felici.

    La cultyra come via per la felicità e il coraggio di essere padre.

    Per chi desidera un approfondimento più dettagliato sul tema, si consiglia la lettura del libro Pier Paolo Pasolini: il coraggio di essere se stessi. In quest’opera, vengono esplorati in modo approfondito i molteplici aspetti della vita e della produzione intellettuale di Pasolini, mettendo in luce la sua lotta per l’autenticità e la sua intransigenza nell’affrontare le contraddizioni della società.

    Il libro analizza come Pasolini avesse un’idea molto particolare della felicità, che intendeva raggiungere attraverso la cultura, considerata un mezzo fondamentale di liberazione e di crescita. In particolare, Pasolini si proponeva come “padre del cuore”, un punto di riferimento per i giovani, cercando di trasmettere loro valori di verità e bellezza, ma anche un coraggio civile nell’affrontare le difficoltà del mondo.

    La sua riflessione si estende anche alla figura del padre, come simbolo di un’autorità che deve evolversi, adattarsi alle nuove esigenze e dialogare con le nuove generazioni. Una lettura essenziale per chiunque voglia capire a fondo non solo l’uomo Pasolini, ma anche l’importanza del suo pensiero nella relazione tra padri e figli, e come la cultura possa essere la chiave per raggiungere una felicità autentica.

    La felicità nasce dalla conoscenza.

    La felicità che deriva dalla cultura non è un piacere effimero, ma una soddisfazione profonda che nasce dalla comprensione della complessità del mondo. Conoscere significa emanciparsi, liberarsi dalla paura dell’ignoto e sviluppare una consapevolezza che ci rende padroni della nostra vita. In questo senso, l’acquisizione culturale non è un lusso, ma una necessità per chiunque voglia vivere in modo pieno e libero.

    Per le giovani generazioni, spesso disorientate dalla precarietà e dalla mancanza di riferimenti solidi, la cultura può rappresentare un faro, un punto di ancoraggio per comprendere se stessi e il proprio posto nel mondo. La formazione di una coscienza critica consente di affrontare le sfide con maggiore consapevolezza e di costruire un futuro più autentico.

    La necessità di mettersi in discussione.

    Per essere davvero felici, secondo Pasolini, bisogna imparare a mettersi in discussione. Questo implica il coraggio di abbandonare certezze comode, di accettare il dubbio e di confrontarsi con idee diverse dalle proprie. La crescita culturale è un processo continuo che richiede apertura mentale e spirito critico.

    In un’epoca dominata dai social media, spesso si assiste a un irrigidimento delle opinioni: gli algoritmi ci mostrano solo contenuti in linea con le nostre convinzioni, rafforzando bolle ideologiche che impediscono il confronto e il dialogo. Per evitare questa trappola, è necessario sviluppare una mentalità flessibile, accettando la complessità della realtà e la possibilità di cambiare idea alla luce di nuove conoscenze.

    L’indipendenza delle persone che non vogliono scendere dall’arena.

    Un altro aspetto fondamentale del pensiero pasoliniano è la necessità di non dipendere da coloro che si rifiutano di entrare nel dibattito culturale e sociale. Chi si chiude in una torre d’avorio, evitando il confronto, non contribuisce alla crescita collettiva e rischia di trascinare gli altri in un’apatia intellettuale.

    Questo fenomeno si osserva anche tra le nuove generazioni, dove il timore del giudizio e la paura dello scontro portano molti a evitare dibattiti importanti. Tuttavia, senza confronto non c’è crescita: scegliere di dialogare con chi è disposto a mettersi in gioco significa aprirsi a nuove prospettive e arricchire la propria visione del mondo.

    La cultura come atto di resistenza.

    In un’epoca dominata da superficialità e omologazione, il possesso culturale del mondo diventa un atto di resistenza. Significa non lasciarsi trascinare dalle mode passeggere o dalle narrazioni imposte, ma cercare attivamente la verità attraverso lo studio, l’arte, la letteratura e il dialogo. Oggi, il bombardamento mediatico e la velocità dell’informazione rischiano di rendere il pensiero critico sempre più raro.

    I giovani, spesso distratti da un flusso continuo di contenuti effimeri, devono riscoprire la profondità della conoscenza come forma di ribellione contro il conformismo. La lettura di grandi autori, il confronto con idee diverse e la ricerca della verità sono strumenti per affermare la propria individualità in una società che tende a standardizzare tutto.

    di Maria Laura Chiaretti per “Libreriamo” – 1 Novembre 2025

         

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  • I docenti hanno più difficoltà a relazionarsi con le famiglie che con il gruppo classe, negando i problemi segnalati dai docenti.

    Il Report del Questionario – L’insostenibile leggerezza delle relazioni basato su un campione di 379 insegnanti piemontesi relativamente a quale fosse l’ambito relazionale più complesso all’interno della scuola, mostra che la risposta più frequente ha riguardato il rapporto con le famiglie. A segnalare questa area come la più problematica è stato il 37,5% dei partecipanti.

    Più di un docente su tre, quindi, ha indicato i genitori degli studenti come principale fonte di difficoltà nelle dinamiche relazionali quotidiane. Un dato che risulta ancora più significativo se confrontato con le altre aree di relazione prese in esame nel questionario: il 30,3% ha citato i rapporti con i colleghi, mentre il 18,5% ha fatto riferimento alla dirigenza scolastica. Le interazioni con il gruppo classe e con il singolo studente sono state invece segnalate con percentuali decisamente più basse, rispettivamente 8,2% e 5,5%.

    Le dinamiche sono diverse in base al grado scolastico. Il dato dicenta sempre più interessante se incrociato con l’ordine di scuola. Le difficoltà con la dirigenza aumentano nelle scuole secondarie, mentre quelle con i colleghi tendono a ridursi progressivamente con l’avanzare del grado scolastico.

    Restano invece stabili, indipendentemente dal contesto, le difficoltà legate alla relazione con le famiglie. Il tentativo di tenere il dialogo aperto continua.

    Quando si entra nel merito delle modalità con cui i docenti cercano di affrontare le difficoltà con le famiglie, la maggior parte (91,3%) dichiara di puntare su un clima collaborativo. A questa opzione seguono:

    • il tentativo di far comprendere il problema rilevato a scuola (69,1%);
    • la disponibilità a incontrare i genitori anche fuori dall’orario di lavoro (34,8%);
    • un piccolo gruppo che preferisce comunicare all’uscita da scuola o tramite diario scolastico (rispettivamente 8,2% e 6,1%);
    • scelte meno diffuse come convocare un’assemblea di classe (2,4%) o attendere i colloqui di fine quadrimestre (2,9%).Gli Ostacoli ricorrenti restano sempre uguali.

    Ma cosa rende così complessa questa relazione? I dati raccolti mostrano una lista precisa di difficoltà principali:

    • la tendenza da parte dei genitori a giustificare sistematicamente il figlio (63,9%);
    • la negazione dei problemi segnalati dagli insegnanti (42,2%);
    • le divergenze di stile educativo tra famiglia e scuola (42,2%).

    Seguono altre criticità, meno frequenti ma non marginali: il contestare i voti, il non accogliere le indicazioni educative, le richieste di aiuto ripetute e poco strutturate. I problemi non sembrano risiedere tanto nella mancanza di comunicazione, quanto nella sua qualità e nella reciproca fiducia.

    di redazione di “Orizzonte Scuola”

  • La comunicazione onesta tra genitori e figli è l’unica in grado di formare persone autentiche secondo lo psichiatra Paolo Crepet. La qualità del tempo e il coraggio di dire le cosesono il cuore di una relazione sana. Avere il coraggio di dire le coseè un grande esempio per i nostri figli, Dire le cose, secondo Crepet, vale anche per stati d’animo, per momenti…

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    Molte volte i genitori si tormentano nel giudicarsi, nei sensi di colpa, credono di dover dare sempre il giusto esempio. Ma in fin dei conti qual è davvero il “giusto esempio ” da dare ai figli? È proprio per rispondere a questa domanda che Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, ha definito cosa secondo lui deve esserci in un rapporto tra genitore e figlio e cosa invece non deve mai mancare.

    Secondo l’esperto non sono gli esempi sempre giusti ed impeccabili ad educare un giovane bensì: “Avere il coraggio di dire le cose è il più grande esempio per i nostri figli”. “Dire le cose” secondo Crepet, vale anche per stati d’animo, per momenti di vita meno felici. Condividere con figli e famiglia, idee, fatiche quotidiane, insicurezze. Crescere i figli nella classica “famiglia del mulino bianco” dove tutto è sempre perfetto, sempre servito prima ancora che sopraggiunga la richiesta è l’ambiente ideale per accrescere paure ed insicurezze perché fuori le mura domestiche la vita non è sempre rosea, inoltre, per i genitori inseguire questa continua perfezione rende la quotidianità estremamente pesante.

    Una comunicazione onesta e leale include anche difficoltà, insegna ai figli a diventare persone autentiche, che si lasciano attraversare dalle proprie emozioni. L’esperto si sofferma su un altro tema importante ovvero quella linea sottile che separa la responsabilità dal senso di colpa: “La responsabilità spinge a fare cose concrete per la famiglia, il senso di colpa è un peso emotivo che spesso non produce risultati utili”. La responsabilità permette ai genitori anche di ritagliarsi dei momenti per sé stessi, oppure di saper mettere dei limiti quando si è troppo stanchi o stressati per affrontare un’altra situazione. Mentre il senso di colpa non permettendo queste limitazioni rischia di fare troppo e male, come afferma Crepet. “Ho conosciuto donne con carriere pazzesche dall’astrofisica alla professoressa universitaria, anche con ruoli maschili, tutte corrose dai sensi di colpa. L’uomo va al lavoro anche se il figlio ha la febbre, la mamma invece fa 40 telefonate.

    Ma non è abbandono permettere ai figli di badare a sé stessi, a vivere, ad arrangiarsi”. Secondo lo psichiatra, “il vero abbandono nasce quando si hanno presenze assenti, quando non c’è tempo di qualità, quando non si investe sul legame ma solo sulla necessità di soddisfare il senso di colpa. A tal proposito afferma che “l’abbandono non è uscire a lavorare e magari tornare a casa e fare quattro chiacchere con il figlio. L’abbandono è non esserci anche se siamo a casa, magari incollati al telefono”. Madri e padri, quindi, che non devono necessariamente seguire un modello, un prototipo ideale di genitore, ma devono essere loro stessi, insegnare a convivere con le fragilità e a superarle.

    Insegnare anche cosa vuol dire avere un orologio biologico che non sarà mai uguale a quello di un altro,  saper accettare i propri tempi e i propri limiti: “Serve maggiore serenità, vivere come si vuole, senza seguire il giudizio pubblico o l’icona del successo. Non contano i minuti insieme, ma come si sta insieme. Anche scegliendo insieme cosa mangiare. Cucinare insieme, viaggiare in macchina parlando: sono momenti della quotidianità che costruiscono la relazione”. 

  • Nel suo nuovo libro Ciascun uomo può cambiare, il celebre psichiatra lancia un appello urgente e visionario: recuperare i principi fondanti dell’umanesimo per non perdere l’anima della nostra civiltà. Un dialogo intimo sul cambiamento, la bellezza, la rabbia collettiva e il potere della fragilità «Non mi preoccupa la crisi della società: quella c’è sempre stata. Mi preoccupa l’agonia della civiltà. Perché una società si può riprendere. Ma se perdiamo i principi, perdiamo l’umano».

    Il Professor Vittorino Andreoli parla piano, ma le sue parole non fanno rumore: lasciano il segno. Perché oggi, nel tempo in cui si moltiplicano le diagnosi collettive – disagio giovanile, sfiducia nella politica, isolamento sociale, rabbia diffusa – lui sposta lo sguardo più in profondità.
    Non è la società a essere sull’orlo del collasso, sostiene. È la civiltà a essere in pericolo: ciò che ci definisce come esseri umani nel corso della storia, al di là delle crisi contingenti. I principi su cui poggia la nostra identità – giustizia, bellezza, senso del limite, rispetto della vita – stanno scomparendo. E con essi, il futuro.

    Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il suo nuovo libro, appena arrivato in libreria: Ciascun uomo può cambiare. Breviario per riscoprire la nostra civiltà (edizioni Solferino). Un’opera intensa, originale, profondamente umana, che non è solo un saggio, ma una vera liturgia dell’esistenza: un percorso quotidiano per riconnettersi con le radici dell’umanesimo, ritrovare orientamento, rieducarsi alla bellezza.

    Lo incontriamo al telefono per parlarne. Ne nasce un dialogo appassionato, lucido e visionario. Una conversazione che è già, in sé, un piccolo atto di resistenza alla barbarie.

    Professor Andreoli, il suo nuovo libro si apre con un’affermazione netta: «Ciascun uomo può cambiare». Ma davvero oggi, in questo tempo così sfiduciato, lei riesce ancora a crederci?
    «Sì, ci credo profondamente. Non per ideologia, ma perché l’ho visto accadere migliaia di volte. Un essere umano può cambiare in modo radicale, anche in pochissimo tempo. A volte basta un incontro affettivo, un cambio d’ambiente, un’illuminazione interiore. Il cambiamento può essere improvviso e reale, come avviene nei pazienti bipolari, che si svegliano un giorno completamente diversi dalla sera prima. La scienza oggi ci conferma che il cervello ha una struttura plasticasi adatta, si modifica, cresce con l’esperienza. E questo è rivoluzionario. Significa che l’identità non è una condannama un’opportunità. E che ogni dialogo — anche questo, ora con Lei — può lasciare un segno».

    Il suo libro non è solo un saggio: è un breviario, una sorta di liturgia laica dell’esistenza. Da dove nasce questa scelta?
    «Volevo proporre un esercizio quotidiano del pensiero. La mattina, il lettore può meditare su uno dei 14 principi fondanti dell’umanesimo: la giustizia, la bellezza, il senso del limite, la trascendenza, la natura… Sono principi senza tempo, che non si comprano e non si legiferano.
    La sera, invece, ogni giorno dell’anno è dedicato a una figura — uomo o donna — che ha dato forma alla nostra civiltà: Platone, Seneca, Galileo, Maria Montessori, Dostoevskij, Hannah Arendt… Ognuno di loro è un esempio di civiltà, un punto di bellezza da cui ripartire. Così il libro diventa una liturgia dell’essere umano».

    Lei parla di «agonia della civiltà». Cosa intende, esattamente?
    «Non parlo di una crisi qualsiasi. Quelle sociali, politiche, economiche ci sono sempre state. Io temo la fine della civiltà, ovvero la perdita di quei valori universali che ci hanno fatto esseri umani nel senso più pieno. Una volta ci inginocchiavamo davanti al sole, alla luna, avevamo il senso del mistero. Oggi la trascendenza è sparita, il senso del limite è visto come un ostacolo, la bellezza è sacrificata alla velocità. Se non trasmettiamo questi principi fondanti alle nuove generazioni, in due generazioni saranno cancellati. E torneremo selvaggi. Come diceva Giambattista Vico: dall’uomo selvaggio all’eroe, all’umano… ma si può anche regredire».

    È un messaggio molto forte. Eppure il titolo del libro parla di possibilità. Nonostante tutto?
    «Certo. La crisi è anche una possibilità. Se non ci fosse crisi, non ci sarebbe movimento, né desiderio. La crisi è il punto in cui tutto può cambiare. Ma per farlo serve una bussola, un orientamento. Questo libro vuole offrire proprio quello: un piccolo aiuto per non perdersi nel rumore. Ci invita ogni giorno a guardare verso qualcosa di grande, anche solo per un attimo. E così facendo, piano piano, si cambia la propria prospettiva. Il cambiamento non è una rivoluzione immediata: è un esercizio quotidiano di civiltà».

    Lei ha una visione molto relazionale dell’identità: «l’io non esiste senza il noi». È un pensiero quasi controcorrente.
    «Ma è la verità. Il concetto di “io” separato è un’invenzione recente. L’essere umano è costitutivamente relazionale: esistiamo solo in quanto ci incontriamo, ci ascoltiamo, ci riconosciamo. L’amore stesso, per esempio, nasce dal riconoscere la fragilità dell’altro. Non è vero che i sentimenti si consumano: io amo mia moglie da 58 anni. L’amore, quello vero, non è potere sull’altro, ma rispetto profondo. È costruzione. È umanità».

    Eppure oggi sembra che prevalga la rabbia, la chiusura…
    «La rabbia è il sintomo psichiatrico della nostra epoca. È ovunque. È un’emozione potente, che nasce dal senso d’impotenza, dalla paura, dall’assenza di senso. E la rabbia, se non è ascoltata, si trasforma in violenza. I giovani oggi non vengono educati alla civiltà: li si punisce, li si emargina. Gli anziani vengono scartati. E tutto è dominato da dispositivi che ci distraggono, ci frammentano. Il cervello va tenuto acceso, non in tasca. È il cellulare che va messo via. La mente deve tornare a essere il centro dell’esistenza».

    Professore, lei ha scritto decine di libri, è stato direttore di reparti psichiatrici, ha studiato il cervello per una vita. Cosa la muove ancora, oggi?
    «L’idea che ciascun uomo può cambiare, davvero. E che la civiltà, se la vogliamo, può ancora rinascere. Ma dobbiamo tornare a prenderci cura del pensiero, della parola, della relazione. Siamo nati per essere grandi. Non c’è scritto da nessuna parte che dobbiamo rimpicciolirci. Basta davvero poco: una scintilla, una lettura, un gesto. È da lì che si comincia. Sempre».

  • Tra noi insegnanti c’è un’espressione che dice tutto: “Sa tenere la classe.”

    Una frase semplice, ma che racchiude un’arte antica.

    Chi “sa tenere la classe” non è un animatore né un domatore: è un capitano esperto, che conosce le correnti emotive, le tempeste adolescenziali, le bonacce improvvise. Regola le vele ogni giorno, ogni quadrimestre, ogni anno, cercando di portare la nave in porto con tutti i passeggeri a bordo — o almeno con la maggior parte sveglia e non gettatasi in mare per noia o disperazione.

    Ma governare questa nave, oggi, è un’impresa sempre più complessa.

    Non tanto per i ragazzi — che, anzi, hanno ancora dentro una luce che chiede solo qualcuno che la riconosca — quanto per le presenze invisibili, quelle che non siedono tra i banchi ma decidono comunque come ci si deve muovere.

    I genitori, ad esempio.

    Alcuni di loro vivono ormai come paladini medievali: pronti a difendere il proprio erede anche quando ha scalato l’Everest dell’evidenza.

    Non importa cosa abbia fatto il figlio: se lo dici tu, non è vero; se lo vedevano, non hanno capito; se ha sbagliato, è colpa del sistema.

    La logica abdica. Il Medioevo ritorna. E noi insegnanti restiamo lì, a fare da notaio della realtà.

    E poi c’è quell’idea di insegnante che vaga nell’aria come una diceria immortale:

    quella del povero disgraziato che si gode tre mesi di vacanza e prende lo stipendio solo per “stare in classe”.

    Una figura folkloristica, a metà tra lo spaventapasseri e il saltimbanco, utile solo come bersaglio da sagre popolari:

    “Eh ma io al posto tuo…”,

    “Eh ma anche io saprei…”,

    “Eh ma cosa ci vuole…”.

    Già, cosa ci vuole.

    Solo la capacità di vedere l’essere umano quando ancora non si è formato.

    Solo la responsabilità di dare forma a ciò che non c’è ancora.

    Solo la fermezza di tenere una soglia, un limite, un orizzonte.

    Solo la pazienza di resistere quando tutto spinge a cedere.

    Tutto qui.

    Il punto più doloroso, però, non è la fatica.

    È la svalutazione.

    È la percezione di essere diventati una professione scomoda, sospetta, ridicola, continuamente giudicata e quasi mai ascoltata.

    Una professione che chiede rispetto non per nostalgia di tempi autoritari, ma perché educare è un lavoro da adulti, e per farlo servono adulti.

    Che è proprio ciò che manca.

    Lì, fuori bordo.

    E, a volte, pure a bordo.

    Anonimo, dal web