“Bisogna allenare la propria competenza conflittuale perché qualsiasi essere vivente deve saper gestire il conflitto altrimenti muore o si ammala”. “Questa affermazione apre un territorio da un lato poco esplorato e, dall’altro, esplorato in maniera inconsapevole, ovvero quel territorio fra la competenza conflittuale, ossia la gestione dei conflitti, e la salute”. È questa la convinzione del pedagogista Daniele Novara, presidente del CPP, Centro Psico Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, che si appresta a celebrare l’atteso convegno intitolato “Vivere bene i conflitti per stare in salute” in programma sabato 8 novembre 2025 dalle ore 10 alle ore 16:30 presso il Teatro Politeama di Piacenza. Vi parteciperà un gruppo nutrito di esperti, tra i quali Silvia Veggetti Finzi, Alberto Pellai, Franco Fornari, Miguel Benasayag, Sebastiano Zanolli, e altri
Competenza conflittuale, ascolto, carenza conflittuale. Quante volte ci rivolgono la classica domanda “Come stai?”, che molto spesso apre le nostre conversazioni? Quasi sempre rispondiamo “Tutto bene” per tagliare corto, per non dover approfondire un “Così, così” o un “Insomma” spiegando come qualche cosa non vada, pur senza febbre o dolori fisici. Può capitare di non sentirci “bene” anche se, in apparenza, il nostro organismo non ha particolari problemi. Questo accade perché la salute non è semplice assenza di malattia, ma uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. L’OMS ci ricorda come, per poter rispondere davvero “Sto bene”, serve andare oltre la biologia. Il CPP diretto da Daniele Novara, da oltre 35 anni in prima linea nella ricerca e nell’educazione alla gestione dei conflitti, propone come detto un convegno nazionale dedicato a questa grande sfida: vivere bene i conflitti per vivere meglio, in tutti i sensi.
“Non può esistere competenza conflittuale senza la competenza all’ascolto”, spiega Novara. “Per questo motivo ho introdotto la tecnica dell’ascolto senza commento, che va oltre l’ascolto attivo inventato da Carl Rogers e dai suoi collaboratori negli anni Cinquanta. L’ascolto senza commento è una pratica molto applicata nel colloquio maieutico, ma che consiglio anche nella vita di tutti i giorni perché la possibilità di essere ascoltati senza interferenze, andando nella logica di spegnere la lamentazione proprio attraverso l’ascolto, ha una dimensione paradossale molto significativa”. Lo vedremo nell’intervista.
Ma partiamo dalle basi. Daniele Novara, che cos’è la carenza conflittuale?
La carenza conflittuale è un costrutto che io e il mio staff abbiamo scoperto una decina di anni orsono attraverso una ricerca durata tre anni e utilizzando un questionario con 20 domande a risposta multipla che abbiamo somministrato a dei campioni sperimentali costituiti sostanzialmente da ragazze anoressiche, giovani tossicodipendenti e altri soggetti a rischio unitamente a un campione di controllo costituito in questo caso da adolescenti presi casualmente a scuola. L’ipotesi era che che negli stati di disagio relazionale legati alla difficoltà nel gestire i conflitti si creassero situazioni improprie come i disturbi alimentari oppure la tossicodipendenza.
Un’ipotesi che è stata poi confermata?
L’ipotesi è stata validata dal punto di vista tecnico e in quell’occasione attraverso un convegno scientifico confermammo che la difficoltà a stare nel conflitto, vivendolo come minaccia e non come opportunità, generava situazioni di violenza verso se stessi e verso gli altri. Ultimamente abbiamo sfruttato il questionario applicandolo ai genitori, poiché in questi ultimi dieci anni è venuta fuori la fragilità educativa ed emotiva dei genitori. Allora attraverso questo strumento abbiamo cercato di capire se e come la carenza abbia a che fare con la fragilità educativa dei genitori, una fragilità che che provoca situazioni complicate utilizzando. Abbiamo utilizzato 830 genitori che dal 2018 sono venuti in consulenza con me per problemi con i figli e commisurandoli con 1500 genitori neutri – un classico gruppo di controllo – sono venuti fuori dei risultati importanti e novità significative di cui parlerò nel convegno. L’incontro non sarà basato solo sui dati: l’ipotesi è che il conflitto se gestito male crei mancanza di salute.
È sempre così?
È difficile che avvenga il contrario. In tutti i casi si può dire con certezza che la competenza conflittuale genera benessere: se la salute è intesa come uno stato di benessere, e non solo assenza di malattia, saper gestire bene la contrarietà e anche le discordanze relazionali genera uno stato di benessere, sapere questo fa stare bene. Per questo abbiamo invitato degli esperti importanti come Franco Fornari, Silvia Veggetti Finzi, Alberto Pellai. Fornari nel 1985 ha pubblicato il libro “Affetti e cancro” che non è una estensione della teoria di Freud sui disturbi della conversione: per la prima volta, a prescindere dalla psicosomatica, Fornari elabora una teoria affettiva sull’insorgenza dei tumori e quindi ci interessa molto questa cosa punto di vista. Poi abbiamo Sebastiano Zanolli e Fabrizio Lertola che tratteranno della conflittualità sul lavoro. L’appuntamento non è esaustivo, certo, ma le personalità sono significative e anche le suggestioni. L’incontro vuol dare ai partecipanti questo stimolo: se tu come persona sei impegnato nel gestire le tue emozioni quando c’è una questione di contrarietà devi sentirti in uno stato di benevolenza verso te stesso e non di autolesionismo.
Una bella sfida
Certamente. Ma se il conflitto viene registrato come minaccia anche il sistema neurovegetativo va in corto circuito e può generare disturbi. Su questo piano presenteremo dei casi tra gli allievi che hanno trovato beneficio nel frequentare i corsi sul conflitto, si tratta di testimonianze reali. E questo è un ulteriore motivo per dire che non stiamo facendo delle chiacchiere: dopo tanti anni mi sento di dire che questa è la strada giusta, una strada che non ci aspettavamo, però è una strada che nei prossimi decenni potrà dare molte soddisfazioni. Se hai un problema di salute anche serio un’attività di apprendimento nella gestione dei conflitti può essere un contributo anche decisivo per migliorare lo stato di salute. Presenteremo due testimonianze significative ma ne abbiamo di più: queste due sono esemplari sia per quanto riguarda i bambini sia per quanto riguarda gli adulti. Il convegno offre molti spunti di novità, non è scolastico. Sarà un momento generativo, maieutico e io sono molto contento che si apra questa nuova strada, cioè quella di imparare a gestire bene la situazione quando gli altri ti pongono un ostacolo. Non bisogna introiettare l’ostacolo, andando in senso di colpa di fronte all’ostacolo medesimo o facendone un problema più grande di quello che è, reagendo male con emozioni e rancori. È importante saper comunicare in maniera adeguata, poiché questo libera delle risorse nel campo della salute, è questo il senso di un appuntamento che è l’inizio di un percorso nuovo. Ci auguriamo che anche l’immaginario collettivo vada in questa direzione.
Ai giorni nostri quando si parla di conflitto si arrivare a pensare a una guerra
In guerra si pensa di uccidere le persone, nel conflitto relazionale occorre invece trovare una soluzione, una via di uscita e di comprensione di quello che sta succedendo
Par di capire che sono molte le relazioni capaci di generare conflitto
Tutte le situazioni relazionali – a partire dalla coppia – generano conflitto, è la cosa più normale di questo mondo perché le tue aspettative non collimano con quella degli altri. Per tornare alla coppia, ecco, si va in conflitto già sul decidere dove andare in vacanza.
Per non parlare delle scelte relative all’educazione dei figli…
Ogni genitore va per conto proprio. E questo è un problema enorme
Ma perché succede? Quali risposte vi date voi esperti su questo fronte?
Succede perché in questo modo si pretende di eludere il conflitto. Il problema è che se non si trova il modo di gestire il conflitto i problemi si complicano: mio marito non ha le stesse idee? Va bene, ok: ne possiamo parlare? Possiamo creare un focus di riflessione? Possiamo cercare di capire i nostri rispettivi punti di vista in funzione dell’obiettivo che è quello di trovare un accordo? Questo è fondamentale, altrimenti i figli non sanno da che parte girarsi. Alla fine i genitori si separano – peraltro abbiamo visto che questo succede di più nelle coppie senza figli – e i problemi si aggravano, mentre sarebbe auspicabile che i genitori fossero preparati su come gestire tra di loro le differenze di vedute e di opinione. Io che questo mestiere lo faccio di lavoro dico che è impressionante scoprire l’esistenza di un’incapacità di fondo: ogni genitore parla con i figli in versione personale: “ti ho detto…”, “ti ho chiesto…”. E’ rarissimo che i genitori parlino come coppia.
La situazione è peggiorata nel tempo?
Sì. Ed è peggiorata perché in un contesto narcisistico ciascuno fa squadra con sé stesso come se i figli non fossero un progetto di coppia, un progetto più ampio. I genitori oggi fanno fatica a cogliere questa dimensione e puntano a rapporti di intimità personale con i figli e questo è legato al conflitto. Faccio un esempio: il figlio di 17 anni chiede alla mamma e non anche al papà di potere invitare a dormire la fidanzatina di 17 anni. La mamma non lo dice al papà, il papà infine rinfaccerà il fatto che non ne sapesse nulla. Però la mamma sapeva che il papà sarebbe stato in disaccordo eppure ha assunto una decisione come quella senza coinvolgere il padre per paura che il padre fosse contrario.
Aiuto…
Secondo me qui domina l’elemento della conflittualità e la paura che l’altro non sia allineato con me mi spinge a evitare il conflitto. Si evita il conflitto ma poi ti trovi a non riuscire a gestire il conflitto stesso. Senza il gioco di squadra come fai? Magari il punto di vista dell’altro sarebbe stato importante, ti avrebbe dato un altro punto di vista: i figli hanno estremo bisogno di avere davanti un progetto comune.
Non solo famiglia…
No, non solo famiglia. Ci sono tanti altri luoghi patogeni sulla gestione del conflitto, come l’ambiente di lavoro. Si tende a far fatica a esplicitare la conflittualità nelle aziende. Si pensa che se si esplicita la conflittualità la produzione viene ridotta, invece la produttività si riduce se le persone vanno in frustrazione, nel non poter parlare del proprio disagio. È importante avere un luogo di decompressione: occorre creare uno spazio in cui c’è un momento di confronto o un momento di mediazione sul conflitto. L’azienda di per sé è un luogo dove si sta per otto ore ed è naturale che in otto ore qualcosa succeda in azienda: ma questo deve diventare una mina vagante? Faccio un esempio: come finisce una riunione? Ecco, occorre sempre chiudere le riunioni con una domanda: ci stiamo dimenticando qualcosa? Non bisogna aver paura della divergenza, essa serve per decomprimere altrimenti le emozioni che non hanno trovano una catarsi poi agiscono in maniera subliminale facendo ammalare. Tanti si ammalano per insostenibilità emotiva: quando ero giovane si pensava all’ulcera, oggi si pensa all’ansia e ci sono delle ricerche che hanno chiarito come l’assenteismo sia legato alla conflittualità non gestita. L’assenteismo è un danno per l’azienda. Se si sta a casa o se si lavora senza motivazione questo rappresenta un danno per l’azienda.
È un po’ la filosofia della qualità totale
La qualità totale deve essere dentro questo profilo di possibilità. La possibilità di avere un luogo di composizione dei conflitti. Vale anche per i bambini a scuola: si pensi all’angolo dei litigi nel quale i bambini trovano una composizione e se non la trovano è lo stesso
Lei parla di ascolto senza commento. Perché senza commento?
Questo aspetto è importante, perché il commento alimenta la polemica e il malumore.
Anche i commenti benevoli?
Sì, anche quelli, perché in questo caso è come se l’altro volesse parlarti sulla propria strada. L’ascolto dev’essere un’accoglienza e nient’altro. Il commento è sempre una forma di interferenza.
I consigli sono dunque da evitare?
I consigli sono la cosa più balorda che si possa fare. Sono micidiali. Del resto il consiglio che cos’è? Ti dico quello che è giusto che tu faccia. Ma questo è cosa diversa dal dare un’informazione seguita dal dire io penso questa cosa ma tu poi ma fa’quello che ti pare. Quindi oltre all’ascolto senza commento aggiungiamo che non bisogna mai dare consigli se uno ti chiede dove posso andare a mangiare? Mai dire va’ lì ché non ti sbagli. questo è un consiglio perché stai dicendo fa’ come io ti dico.
Viceversa?
Viceversa: il quel posto fanno in questo modo, in quell’altro posto cucinano diversamente, in quell’altro ancora fanno queste pietanze, questo è quello che so io. Ecco, questa è una prospettiva completamente diversa, qui hai anche dato all’interlocutore tre possibilità. Peraltro, se lo hai mandato lì e poi è andata male non è il massimo. L’ascolto è libertà, mentre il consiglio è controllo.
L’ascolto senza commento è per altri versi un buon trucco per disattivare i logorroici. Almeno questo sostiene lei. È così?
Il logorroico, se tu non fai i commenti, va in crisi e quindi lo gestisci. Al logorroico mai fare un commento perché lui reagirebbe così: ah non la pensi come? allora ti spiego… È scientifico, l’ascolto senza commenti dà soddisfazioni enormi. Certo, è difficile perché noi italiani rischiamo di apparire indifferenti ma occorre insistere.
C’è un altro aspetto che mette sempre più in crisi la comunicazione: l’eccesso di informazioni
C’è un paradosso che è stato ampiamente studiato. Se sei un automobilista in città e le auto sono poche, tu raggiungerai il posto dove sei diretto in poco tempo. Ma quando tutti hanno un’automobile e la usano si fa prima ad andare a piedi. Si genera cioè un effetto paradosso: voglio dire che l’eccesso di informazioni impedisce di capire quali sono le informazioni utili e quindi c’è questo effetto.
E’ una figura retorica che può essere traslata sulla scuola?
Assolutamente sì. La metodologia va cambiata, consegnare una caterva di contenuti non fa apprendere. L’apprendimento è una competenza applicativa mentre nella scuola nozionistica l’alunno le nozioni le sa ripetere ma non le sa applicare. È il grande equivoco della scuola nozionistica delle prove Invalsi con cui ti chiedo di mettere la crocetta al posto giusto e gli alunni non ce la fanno. L’algebra io l’ho imparata ma io non la so applicare. Nell’algebra c’erano gli algoritmi ma nessuno ci ha ha detto all’epoca a che cosa sarebbero serviti gli algoritmi nella vita concreta. Se ce lo avessero spiegato, oggi capiremmo molto meglio l’intelligenza artificiale. La IA è in ballo da più di sessant’anni però non c’era quella scuola che ti spiegava che ce ne facciamo degli algoritmi.
Nemmeno il Teorema di Pitagora
Dove lo trovi il teorema di Pitagora? Se non lo spieghi non lo si troverà mai. Se la scuola si limita a fare interrogazioni sui semplici contenuti essa uccide l’apprendimento. Poi ci sono tanti insegnanti che per fortuna ci provano: gli insegnanti che non si limitano a lavorare sui libri di testo ci sono e io sono sempre dalla loro parte, la scuola è quella. Questi sono gli insegnanti che danno una speranza, quelli che credono nella scuola come una comunità di apprendimento non come la gara delle crocette. Non sono contrario alle crocette, sono scettico: non capisco perché si mettano delle crocette per validare un processo di apprendimento. A scuola guida non conta aver passato l’esame di teoria con le crocette. Poi devi saper guidare.
Intervista a Daniele Novara, pedagogista, a cura di Vincenzo Brancatisano per “Orizzonte Scuola”,
4 Novembre 2025

