• I docenti hanno più difficoltà a relazionarsi con le famiglie che con il gruppo classe, negando i problemi segnalati dai docenti.

    Il Report del Questionario – L’insostenibile leggerezza delle relazioni basato su un campione di 379 insegnanti piemontesi relativamente a quale fosse l’ambito relazionale più complesso all’interno della scuola, mostra che la risposta più frequente ha riguardato il rapporto con le famiglie. A segnalare questa area come la più problematica è stato il 37,5% dei partecipanti.

    Più di un docente su tre, quindi, ha indicato i genitori degli studenti come principale fonte di difficoltà nelle dinamiche relazionali quotidiane. Un dato che risulta ancora più significativo se confrontato con le altre aree di relazione prese in esame nel questionario: il 30,3% ha citato i rapporti con i colleghi, mentre il 18,5% ha fatto riferimento alla dirigenza scolastica. Le interazioni con il gruppo classe e con il singolo studente sono state invece segnalate con percentuali decisamente più basse, rispettivamente 8,2% e 5,5%.

    Le dinamiche sono diverse in base al grado scolastico. Il dato dicenta sempre più interessante se incrociato con l’ordine di scuola. Le difficoltà con la dirigenza aumentano nelle scuole secondarie, mentre quelle con i colleghi tendono a ridursi progressivamente con l’avanzare del grado scolastico.

    Restano invece stabili, indipendentemente dal contesto, le difficoltà legate alla relazione con le famiglie. Il tentativo di tenere il dialogo aperto continua.

    Quando si entra nel merito delle modalità con cui i docenti cercano di affrontare le difficoltà con le famiglie, la maggior parte (91,3%) dichiara di puntare su un clima collaborativo. A questa opzione seguono:

    • il tentativo di far comprendere il problema rilevato a scuola (69,1%);
    • la disponibilità a incontrare i genitori anche fuori dall’orario di lavoro (34,8%);
    • un piccolo gruppo che preferisce comunicare all’uscita da scuola o tramite diario scolastico (rispettivamente 8,2% e 6,1%);
    • scelte meno diffuse come convocare un’assemblea di classe (2,4%) o attendere i colloqui di fine quadrimestre (2,9%).Gli Ostacoli ricorrenti restano sempre uguali.

    Ma cosa rende così complessa questa relazione? I dati raccolti mostrano una lista precisa di difficoltà principali:

    • la tendenza da parte dei genitori a giustificare sistematicamente il figlio (63,9%);
    • la negazione dei problemi segnalati dagli insegnanti (42,2%);
    • le divergenze di stile educativo tra famiglia e scuola (42,2%).

    Seguono altre criticità, meno frequenti ma non marginali: il contestare i voti, il non accogliere le indicazioni educative, le richieste di aiuto ripetute e poco strutturate. I problemi non sembrano risiedere tanto nella mancanza di comunicazione, quanto nella sua qualità e nella reciproca fiducia.

    di redazione di “Orizzonte Scuola”

  • La comunicazione onesta tra genitori e figli è l’unica in grado di formare persone autentiche secondo lo psichiatra Paolo Crepet. La qualità del tempo e il coraggio di dire le cosesono il cuore di una relazione sana. Avere il coraggio di dire le coseè un grande esempio per i nostri figli, Dire le cose, secondo Crepet, vale anche per stati d’animo, per momenti…

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    Molte volte i genitori si tormentano nel giudicarsi, nei sensi di colpa, credono di dover dare sempre il giusto esempio. Ma in fin dei conti qual è davvero il “giusto esempio ” da dare ai figli? È proprio per rispondere a questa domanda che Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, ha definito cosa secondo lui deve esserci in un rapporto tra genitore e figlio e cosa invece non deve mai mancare.

    Secondo l’esperto non sono gli esempi sempre giusti ed impeccabili ad educare un giovane bensì: “Avere il coraggio di dire le cose è il più grande esempio per i nostri figli”. “Dire le cose” secondo Crepet, vale anche per stati d’animo, per momenti di vita meno felici. Condividere con figli e famiglia, idee, fatiche quotidiane, insicurezze. Crescere i figli nella classica “famiglia del mulino bianco” dove tutto è sempre perfetto, sempre servito prima ancora che sopraggiunga la richiesta è l’ambiente ideale per accrescere paure ed insicurezze perché fuori le mura domestiche la vita non è sempre rosea, inoltre, per i genitori inseguire questa continua perfezione rende la quotidianità estremamente pesante.

    Una comunicazione onesta e leale include anche difficoltà, insegna ai figli a diventare persone autentiche, che si lasciano attraversare dalle proprie emozioni. L’esperto si sofferma su un altro tema importante ovvero quella linea sottile che separa la responsabilità dal senso di colpa: “La responsabilità spinge a fare cose concrete per la famiglia, il senso di colpa è un peso emotivo che spesso non produce risultati utili”. La responsabilità permette ai genitori anche di ritagliarsi dei momenti per sé stessi, oppure di saper mettere dei limiti quando si è troppo stanchi o stressati per affrontare un’altra situazione. Mentre il senso di colpa non permettendo queste limitazioni rischia di fare troppo e male, come afferma Crepet. “Ho conosciuto donne con carriere pazzesche dall’astrofisica alla professoressa universitaria, anche con ruoli maschili, tutte corrose dai sensi di colpa. L’uomo va al lavoro anche se il figlio ha la febbre, la mamma invece fa 40 telefonate.

    Ma non è abbandono permettere ai figli di badare a sé stessi, a vivere, ad arrangiarsi”. Secondo lo psichiatra, “il vero abbandono nasce quando si hanno presenze assenti, quando non c’è tempo di qualità, quando non si investe sul legame ma solo sulla necessità di soddisfare il senso di colpa. A tal proposito afferma che “l’abbandono non è uscire a lavorare e magari tornare a casa e fare quattro chiacchere con il figlio. L’abbandono è non esserci anche se siamo a casa, magari incollati al telefono”. Madri e padri, quindi, che non devono necessariamente seguire un modello, un prototipo ideale di genitore, ma devono essere loro stessi, insegnare a convivere con le fragilità e a superarle.

    Insegnare anche cosa vuol dire avere un orologio biologico che non sarà mai uguale a quello di un altro,  saper accettare i propri tempi e i propri limiti: “Serve maggiore serenità, vivere come si vuole, senza seguire il giudizio pubblico o l’icona del successo. Non contano i minuti insieme, ma come si sta insieme. Anche scegliendo insieme cosa mangiare. Cucinare insieme, viaggiare in macchina parlando: sono momenti della quotidianità che costruiscono la relazione”. 

  • Nel suo nuovo libro Ciascun uomo può cambiare, il celebre psichiatra lancia un appello urgente e visionario: recuperare i principi fondanti dell’umanesimo per non perdere l’anima della nostra civiltà. Un dialogo intimo sul cambiamento, la bellezza, la rabbia collettiva e il potere della fragilità «Non mi preoccupa la crisi della società: quella c’è sempre stata. Mi preoccupa l’agonia della civiltà. Perché una società si può riprendere. Ma se perdiamo i principi, perdiamo l’umano».

    Il Professor Vittorino Andreoli parla piano, ma le sue parole non fanno rumore: lasciano il segno. Perché oggi, nel tempo in cui si moltiplicano le diagnosi collettive – disagio giovanile, sfiducia nella politica, isolamento sociale, rabbia diffusa – lui sposta lo sguardo più in profondità.
    Non è la società a essere sull’orlo del collasso, sostiene. È la civiltà a essere in pericolo: ciò che ci definisce come esseri umani nel corso della storia, al di là delle crisi contingenti. I principi su cui poggia la nostra identità – giustizia, bellezza, senso del limite, rispetto della vita – stanno scomparendo. E con essi, il futuro.

    Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il suo nuovo libro, appena arrivato in libreria: Ciascun uomo può cambiare. Breviario per riscoprire la nostra civiltà (edizioni Solferino). Un’opera intensa, originale, profondamente umana, che non è solo un saggio, ma una vera liturgia dell’esistenza: un percorso quotidiano per riconnettersi con le radici dell’umanesimo, ritrovare orientamento, rieducarsi alla bellezza.

    Lo incontriamo al telefono per parlarne. Ne nasce un dialogo appassionato, lucido e visionario. Una conversazione che è già, in sé, un piccolo atto di resistenza alla barbarie.

    Professor Andreoli, il suo nuovo libro si apre con un’affermazione netta: «Ciascun uomo può cambiare». Ma davvero oggi, in questo tempo così sfiduciato, lei riesce ancora a crederci?
    «Sì, ci credo profondamente. Non per ideologia, ma perché l’ho visto accadere migliaia di volte. Un essere umano può cambiare in modo radicale, anche in pochissimo tempo. A volte basta un incontro affettivo, un cambio d’ambiente, un’illuminazione interiore. Il cambiamento può essere improvviso e reale, come avviene nei pazienti bipolari, che si svegliano un giorno completamente diversi dalla sera prima. La scienza oggi ci conferma che il cervello ha una struttura plasticasi adatta, si modifica, cresce con l’esperienza. E questo è rivoluzionario. Significa che l’identità non è una condannama un’opportunità. E che ogni dialogo — anche questo, ora con Lei — può lasciare un segno».

    Il suo libro non è solo un saggio: è un breviario, una sorta di liturgia laica dell’esistenza. Da dove nasce questa scelta?
    «Volevo proporre un esercizio quotidiano del pensiero. La mattina, il lettore può meditare su uno dei 14 principi fondanti dell’umanesimo: la giustizia, la bellezza, il senso del limite, la trascendenza, la natura… Sono principi senza tempo, che non si comprano e non si legiferano.
    La sera, invece, ogni giorno dell’anno è dedicato a una figura — uomo o donna — che ha dato forma alla nostra civiltà: Platone, Seneca, Galileo, Maria Montessori, Dostoevskij, Hannah Arendt… Ognuno di loro è un esempio di civiltà, un punto di bellezza da cui ripartire. Così il libro diventa una liturgia dell’essere umano».

    Lei parla di «agonia della civiltà». Cosa intende, esattamente?
    «Non parlo di una crisi qualsiasi. Quelle sociali, politiche, economiche ci sono sempre state. Io temo la fine della civiltà, ovvero la perdita di quei valori universali che ci hanno fatto esseri umani nel senso più pieno. Una volta ci inginocchiavamo davanti al sole, alla luna, avevamo il senso del mistero. Oggi la trascendenza è sparita, il senso del limite è visto come un ostacolo, la bellezza è sacrificata alla velocità. Se non trasmettiamo questi principi fondanti alle nuove generazioni, in due generazioni saranno cancellati. E torneremo selvaggi. Come diceva Giambattista Vico: dall’uomo selvaggio all’eroe, all’umano… ma si può anche regredire».

    È un messaggio molto forte. Eppure il titolo del libro parla di possibilità. Nonostante tutto?
    «Certo. La crisi è anche una possibilità. Se non ci fosse crisi, non ci sarebbe movimento, né desiderio. La crisi è il punto in cui tutto può cambiare. Ma per farlo serve una bussola, un orientamento. Questo libro vuole offrire proprio quello: un piccolo aiuto per non perdersi nel rumore. Ci invita ogni giorno a guardare verso qualcosa di grande, anche solo per un attimo. E così facendo, piano piano, si cambia la propria prospettiva. Il cambiamento non è una rivoluzione immediata: è un esercizio quotidiano di civiltà».

    Lei ha una visione molto relazionale dell’identità: «l’io non esiste senza il noi». È un pensiero quasi controcorrente.
    «Ma è la verità. Il concetto di “io” separato è un’invenzione recente. L’essere umano è costitutivamente relazionale: esistiamo solo in quanto ci incontriamo, ci ascoltiamo, ci riconosciamo. L’amore stesso, per esempio, nasce dal riconoscere la fragilità dell’altro. Non è vero che i sentimenti si consumano: io amo mia moglie da 58 anni. L’amore, quello vero, non è potere sull’altro, ma rispetto profondo. È costruzione. È umanità».

    Eppure oggi sembra che prevalga la rabbia, la chiusura…
    «La rabbia è il sintomo psichiatrico della nostra epoca. È ovunque. È un’emozione potente, che nasce dal senso d’impotenza, dalla paura, dall’assenza di senso. E la rabbia, se non è ascoltata, si trasforma in violenza. I giovani oggi non vengono educati alla civiltà: li si punisce, li si emargina. Gli anziani vengono scartati. E tutto è dominato da dispositivi che ci distraggono, ci frammentano. Il cervello va tenuto acceso, non in tasca. È il cellulare che va messo via. La mente deve tornare a essere il centro dell’esistenza».

    Professore, lei ha scritto decine di libri, è stato direttore di reparti psichiatrici, ha studiato il cervello per una vita. Cosa la muove ancora, oggi?
    «L’idea che ciascun uomo può cambiare, davvero. E che la civiltà, se la vogliamo, può ancora rinascere. Ma dobbiamo tornare a prenderci cura del pensiero, della parola, della relazione. Siamo nati per essere grandi. Non c’è scritto da nessuna parte che dobbiamo rimpicciolirci. Basta davvero poco: una scintilla, una lettura, un gesto. È da lì che si comincia. Sempre».

  • Tra noi insegnanti c’è un’espressione che dice tutto: “Sa tenere la classe.”

    Una frase semplice, ma che racchiude un’arte antica.

    Chi “sa tenere la classe” non è un animatore né un domatore: è un capitano esperto, che conosce le correnti emotive, le tempeste adolescenziali, le bonacce improvvise. Regola le vele ogni giorno, ogni quadrimestre, ogni anno, cercando di portare la nave in porto con tutti i passeggeri a bordo — o almeno con la maggior parte sveglia e non gettatasi in mare per noia o disperazione.

    Ma governare questa nave, oggi, è un’impresa sempre più complessa.

    Non tanto per i ragazzi — che, anzi, hanno ancora dentro una luce che chiede solo qualcuno che la riconosca — quanto per le presenze invisibili, quelle che non siedono tra i banchi ma decidono comunque come ci si deve muovere.

    I genitori, ad esempio.

    Alcuni di loro vivono ormai come paladini medievali: pronti a difendere il proprio erede anche quando ha scalato l’Everest dell’evidenza.

    Non importa cosa abbia fatto il figlio: se lo dici tu, non è vero; se lo vedevano, non hanno capito; se ha sbagliato, è colpa del sistema.

    La logica abdica. Il Medioevo ritorna. E noi insegnanti restiamo lì, a fare da notaio della realtà.

    E poi c’è quell’idea di insegnante che vaga nell’aria come una diceria immortale:

    quella del povero disgraziato che si gode tre mesi di vacanza e prende lo stipendio solo per “stare in classe”.

    Una figura folkloristica, a metà tra lo spaventapasseri e il saltimbanco, utile solo come bersaglio da sagre popolari:

    “Eh ma io al posto tuo…”,

    “Eh ma anche io saprei…”,

    “Eh ma cosa ci vuole…”.

    Già, cosa ci vuole.

    Solo la capacità di vedere l’essere umano quando ancora non si è formato.

    Solo la responsabilità di dare forma a ciò che non c’è ancora.

    Solo la fermezza di tenere una soglia, un limite, un orizzonte.

    Solo la pazienza di resistere quando tutto spinge a cedere.

    Tutto qui.

    Il punto più doloroso, però, non è la fatica.

    È la svalutazione.

    È la percezione di essere diventati una professione scomoda, sospetta, ridicola, continuamente giudicata e quasi mai ascoltata.

    Una professione che chiede rispetto non per nostalgia di tempi autoritari, ma perché educare è un lavoro da adulti, e per farlo servono adulti.

    Che è proprio ciò che manca.

    Lì, fuori bordo.

    E, a volte, pure a bordo.

    Anonimo, dal web

  • A volte sentiamo persone dire “odiamo andare a scuola”, ma per noi la scuola è una seconda casa, abbiamo cibo gratis tutti i giorni, corrente gratis, i professori e le bidelle ci danno i soldi, vestiti gratis, scarpe gratis, tacchi gratis, ciglia, trucco, lash maker sempre a portata di mano ogni giorno, wifi gratis, dormiamo tutto il tempo, mangiamo, urliamo, beviamo, saltiamo, ridiamo, bagno gratis dove andiamo sino a 5 volte l’ora, donna delle pulizie gratis e possiamo sporcare tutto quello che vogliamo, libri gratis, quaderno gratis…

    PERCHE’ TORNARE A CASA?

    Le ragazze della 3AS

  • Sull’importanza dell’esempio di un padre, verso la rivoluzione del figlio.

    Sembrano così distanti queste due cose. Esempio e rivoluzione.

    Nella mia mente camminano una a fianco all’altra ed accompagnano, illuminano, un percorso di scopo. Quello che sento come mio, in modo naturale, senza forzature o perseguendo particolari ideologie, e’ quello di costruire un mondo migliore, semplicemente.

    Una volta mettendo a letto Marco (aveva 5 anni) mi sussurra nel mio orecchio “Papa’, che bello sarebbe avere un mondo AAA+++”

    Con Marco abbiamo sempre fatto giochi legati alla tecnologia, alle scoperte scientifiche, alla manualita’, seguendo il principio Leonardiano secondo il quale avrebbe maggior valore quanto si scopra di esperienze proprie piuttosto di quanto si sappia studiando scoperte altrui.

    Tornando a Marco ed alla sua frasina, un po mi e’ venuto da ridere, un po mi sono commosso per quanto dolce fossero state quelle parole. Un po ho capito di essere stato un buon esempio. Ho percepito che a parlare fosse un semino che aveva gia’ attecchito a 5 anni. Perche’ al di la dell’impronta energetica nelle speranze di mio figlio, se l’ultimo pensiero prima di andare a dormire e’ stato il sogno AAA+++ vuol dire che i sogni di questo scricciolo sono gia’ orientati al miglioramento, all’implementazione. Questi sogni non hanno, chiaramente, valore meramente energetico ma sono una vera e propria impronta, un modo di essere e di ragionare, di sognare il miglioramento.

    Ebbene…un bambino che sogna un mondo AAA+++ imparera’ l’importanza dell’insieme delle cose necessarie ad ottenere tanta efficienza. Senza nemmeno accorgersene convertira’ in azione i propri sogni. La rivoluzione.

    Mi viene voglia di raccontare un episodio piu’ recente che parla di esempio, rivoluzione, attraverso parole gentili. Questa volta il protagonista sara’ Davide, 14 anni.

    Scarpe completamente infangate dopo una serata al parco con amici per festeggiare un compleanno.

    Si aspettava fosse la mamma ad occuparsi della loro pulizia ma la domenica e’ breve e le cose da fare sono tante per la settimana entrante. La mamma non puo’ occuparsi di tutto. Un’ottima occasione per dare l’esempio.

    Lavo io le scarpe ed una volta asciutte, ben allacciate le lascio sul suo letto con un bigliettino “From Dad with Love”.

    Leggendo queste parole smielate, stimolato dall’amigdala, qualcuno potrebbe sentenziare che quelle scarpe le avrebbe dovute lavare il giovanotto!

    Condivido, avrebbe dovuto lavarle lui ma..lo fara’, ne sono certo. Perche’ ha ricevuto l’esempio, in modo gentile, senza rinfacci. Ha fatto l’esperienza che gli ha permesso di considerare che anche un papa’ lava le scarpe, anche un papa’ e’ gentile anche se lo si conosce soprattutto rispetto all’autorita’ che rappresenta. E con l’esperienza nasce la rivoluzione che, in questo caso, e’ culturale nel tramando generazionale che cerco di imprimere con questi esempi. Davide lavera’ le sue scarpe da solo e non lo fara’ come un onere ma, piu’ salubremente, come un suo normale dovere. Sara’ per lui quasi un piacere.

    P.s. Marco, quello di 5 anni, e’ diventato un talentuoso perito informatico. Ha quasi 19 anni e non e’ cambiato, sogna un mondo AAA+++. Lo sogna (e comunica) in modo diverso rispetto ad allora ma il percorso e’ quello ed io…sogno di vedere questo mondo, AAA+++, fatto di Uomini autorevoli, sognatori, aperti, gentili.

    Cosi’ si cambia il mondo.

    di Fabio Cannizzaro

  • Fotografia in bianco e nero dei Millenials.

    Fanno uso di droghe. Cercando do silenziare angoscia e ansia procurandosi il male, smettendo di mangiare ed eliminando, a posteriori, ogni traccia di una voracità incontrollabile e incontrollata. e.

    Restano sempre più isolati, a volte come unica compagna la violenza nei pensieri e nei comportamenti. Vivono la stancante fatica di diventare grandi in famiglie spesso incapaci di sintonizzarsi davvero col loro malessere. Qualcuno resiste, altri arrivano a compiere un gesto estremo. Cresce a dismisura il disagio mentale tra i giovani e giovanissimi; un adolescente su 7 nel mondo vive un problema mentale diagnosticato, come rivela uno studio dell?unicef condotto nel 2021. In Italia, negli utili 10 anni, il numero di utenti dei servizi di neuropsichiatria infantile e adolescenziale (NPIA) è raddoppiato, coinvolgendo circa 2 milioni di bambini e ragazzi.

    Pare anche che l’età di esordio delle malattie mentali sia stia abbassando notevolmente: secondo l?OMS, il 50% dei disturbi psichici, in particolare depressione, ansia e disturbi comportamentali, esordisce prima dei 14 anni.

    Mentra ogni anno, sempre secondo l’Unicef, nel mondo si suicidano circa 46 mila adolescenti, più di uno ogni 11 minuti.

    Il disagio mentale giovanile è una condizione complessa che si manifesta nel periodo dell’adolescenza, quel delicatissimo passaggio dall’infanzia alla piena maturazione che biologicamente avviene tra gli 11 e i 25 anni. Quando si mettono insieme i tasselli che formano l’identità personale e si verifica la riorganizzazione strutturale del cervello che definisce capacità, abilità e modalità che costituiranno il modo di pensare e di agire da adulti. Si tratta di un peiodo caratterizzato da profondi cambiamenti psicologici, sociali e neurobiologici. In particolare, si osservano processi come la potatura delle connessioni sinaptiche e la mielinizzazione che rendono il cervello più efficiente e ne affinano le funzioni cognitive superiori, come il controllo degli impulsi e la pianificazione. Questi cambiamenti si verificano, secondo l‘Istituto Mario Negri, sino ai 24-25 anni, dimostrando come l’adolescenza sia una fase di transizione complessa e prolungata. Riconoscere questa prospettiva più ampia permette di affrontare il disagio psichico con interventi mirati e adattati a tutti i livelli di gravità, non limitandosi ai confini anagrafici della minore età.

    Nel corso dell’adolescenza i giovani sperimentano una progressiva separazione non solo dalle famiglie, ma anche dai riferimenti culturali e sociali che, se accompagnata dalla mancanza di vere alternative, lascia molti ragazzi a galleggiare in una sorta di limbo esistenziale. Fluttuano senza un chiaro senso di appartenenza, né risorse di supporto.

    Una condizione che, secondo le teorie di Bandura, può portarli ad interrompere il proptrio percorso evolutivo attravreso meccanismi di deresponsabilizzazione e comportamenti aggressivi, ad allontanarsi dalla morale comune e dalla società degli adulti. Questo processo potrebbe favorire fenomeni come il bullismo, il cyberbullismo, l’aggressività e, in casi estremi, il crimine, e spiegare alcuni comportamenti devianti dei giovani che non sono solo espressione di un disagio psichico, ma rappresentano anche una difficoltà nel costruire connessioni significative con la società adulta.

    di Marianna Parlapiano

  • Articolo senza titolo 29
  • Ogni contributo, idea, prospettiva son ben accetti…

    Da tempo l’idea di creare una “zona franca” sul web dove ciascuno possa esprimere sé stesso e le proprie aspettative sul mondo che verrà mi affascina.

    reputo che l’INDIFFERENZA dei più sia un Male assoluto nella nostra società che in questo preciso momento storico presenta molte criticità e zone d’omnra.

    Solo la PAROLA scritta può abbattere il muro dell’indifferenza e dell’ignavia compevole dei più, che preferiscono far finta di non vedere e non sentire pur di NON prendere una posizione.

    In questo, mi ritrovo perfettamente nel monito gramsciano di aborrire l’INDIFFERENZA e il SILENZIO complice colpevole.

    Vi inviro ad usare il blog come fosse lo Speaker’s Corner che a Londra, dalla fine del 800, permette a tutti di dire la propria su questioni e problemi che ciascuno vive, a livello sia personale che collettivo.

    Benvenuti nel nostro Speaker’s Corner sul web!!!

    Il Muro delle parole gentili aspetta solo le vostre parole…

  • Lo Speaker’s Corner dei nostri Millenials

    In un’era sempre più caratterizzata da iperconnessione digitale e da una tempesta continua di informazioni diffuse e invadenti, ho cominciato ad immaginare una “zona bianca” sul web dove ciascuno potesse esprimersi liberamente, senza limiti e senza la paura del giudizio degli altri.

    La tradizione dello Speaker’s Corner londinese, che da fine ‘800 caratterizza parte della vita pubblica nella capitale inglese, mi ha sin da subito affascinato, al punto tale da voler replicare l’angolo anche sul web.

    Un’occasione rara per esprimere liberamente pensieri, paure, sogni, desideri inespressi, aspettative e tutto ciò che passa per la mente di un giovane internauta.

    Uno spazio libero, un Muro bianco appunto dove ciascuno possa imprimere parte di sé e del proprio sentire più profondo.

    Nasce così il progetto “Ilmurodelleparolegentili” che vedrà affiancati un blog e un podcast dedicato a chiunque abbia qualcosa da dire.

    Il target preferenziale è quello costituito da giovani adolescenti, spesso lasciati troppo soli davanti agli schermi di un pc o di uno smartphone.

    Che possano ritrovare con Muro la voglia di comunicare ed esprimersi con gli altri, anche fuori dal web, nella vita reale che vivono quotidianamente, con tutti i suoi conflitti e zone d’ombra e con i suoi squarci di luce improvvisa e inaspettata.

    Benevenuto a chiunque voglia comunicare qualcosa di sé o del mondo che sogna.

    Che l’avventura del IlMurodelleparolegentili abbia finalmente inizio!!!

    Tutti a bordo per questo nuovo, affascinante e intenso VIAGGIO insieme in rete…

    Marianna Parlapiano, giornalista freelance e docente di Scienze economiche e giudiche, Filosofia e Scienze umane nella Scuola secondaria di secondo grado